L’Italia alla «guida» dell’Osce

Ieri a Torino si è parlato di diritti umani e di sicurezza nel Mediterraneo e nei Balcani, temi in agenda per la presidenza italiana dell’Osce

«L’Italia assume la presidenza dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce) 2018 in uno scenario internazionale caratterizzato da una contrapposizione tra Est e Ovest», questa è l’opinione è di Alessandro Azzoni, rappresentante permanente d’Italia presso l’Osce, giunta in occasione del convegno tenutosi presso il Circolo dei Lettori di Torino dal titolo «Diritti umani e sicurezza nel Mediterraneo e nei Balcani – L’Agenda della presidenza italiana dell’Osce», promosso dall’Istituto Affari Internazionali (Iai).

Una conferenza inserita nell’ambito del progetto New-Med, per discutere il ruolo che giocherà in futuro, sotto la guida italiana, l’Osce in tema di salvaguardia dei diritti umani e delle libertà fondamentali e di promozione della sicurezza nei Balcani e nel Mediterraneo, «due Regioni con grandi potenzialità – è stato ricordato ieri –, ma che continuano ad essere caratterizzate da fragilità istituzionali, tensioni interetniche e antagonismi interstatali».

Sfide importanti che l’Osce dovrà affrontare in qualità di organizzazione paneuropea formata da 57 Stati membri che coprono un’area geografica che va da Vancouver a Vladivostok.

L’Osce, infatti, si autodefinisce uno «strumento fondamentale per il preallarme, la prevenzione dei conflitti, la gestione delle crisi e la ricostruzione successiva ai conflitti in Europa».

All’incontro di ieri erano presenti autorevoli ospiti, tra gli altri: Massimo Carnelos, del ministero degli Affari Esteri, Ettore Greco dell’Istituto Affari Internazionali, Lorenzo Kamel del progetto New Med, Imen Ben Mohammed della Commissione diritti e libertà e Affari esteri del Parlamento tunisino, Marietta Tidei e Luca Fratini dell’Osce e Piero Fassino, presidente del Centro studi di politica internazionale (Cespi), co-organizzatore dell’evento.

«Solo due mesi fa – ha ricordato Fassino – è stata firmata la Cooperazione rafforzata da ben 25 paesi, non era una cosa scontata». Si tratta di una procedura che consente ad almeno nove paesi dell’Unione europea (Ue) di stabilire un’integrazione o una cooperazione più stretta in una determinata area all’interno delle strutture dell’Ue senza il coinvolgimento di altri paesi dell’Ue. Ciò consente loro di muoversi a velocità diverse e verso obiettivi diversi rispetto a quelli al di fuori delle aree di cooperazione rafforzata. La procedura è stata progettata per superare la paralisi che si verifica quando una proposta è bloccata da un singolo paese o da un piccolo gruppo di paesi che non vogliono far parte dell’iniziativa. Non consente, tuttavia, un ampliamento delle competenze al di fuori di quelle consentite dai trattati dell’Ue. L’autorizzazione a procedere nel contesto della cooperazione rafforzata è concessa dal Consiglio, su proposta della Commissione e previa approvazione del Parlamento europeo. Nel febbraio 2013, ad esempio, questa procedura è stata utilizzata nel campo della legge sul divorzio e dei brevetti, ed è stata approvata nel campo dell’imposta per le transazioni finanziarie.

«Oggi la sicurezza e la difesa dell’Unione europea – ha proseguito Fassino – sono esigenze attuali e concrete. In questi tempi si stanno riacutizzando vecchie tensioni. L’attività dell’Osce è utile per monitorare l’evolversi delle situazioni geopolitiche e per rilanciare nuove dimensioni sociali. Oggi i temi portanti sono il terrorismo e le migrazioni. Il Mediterraneo – per Fassino –, avrebbe bisogno di un nuovo spirito di Helsinki», riferendosi a quel primo agosto 1975, quando nella capitale finlandese ebbe inizio lo sforzo quarantennale finalizzato a stabilire un quadro globale e inclusivo per la sicurezza e la cooperazione in Europa. In una dimostrazione storica di consenso multilaterale; con l’Atto finale di Helsinki del 1975, i Capi di 35 Stati (i Paesi della Nato e del Patto di Varsavia, gli Stati neutrali e non allineati) si impegnarono in un dialogo reciprocamente vantaggioso. L’obiettivo era quello di poter superare le divergenze est-ovest. Tale impegno condusse, infatti, nel 1990 alla creazione dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa, che è attualmente la più vasta intesa regionale di sicurezza ai sensi del Capitolo VIII della Carta delle Nazioni Unite.

L’approccio dell’Osce alla sicurezza è globale e cooperativo e tratta un ampio ventaglio di questioni connesse con la sicurezza, inclusi il controllo degli armamenti, la diplomazia preventiva, le misure miranti a rafforzare la fiducia e la sicurezza, i diritti dell’uomo, la democratizzazione e la sicurezza economica e ambientale: «L’Italia – sostiene il rappresentante italiano permanente presso L’Osce, Azzoni – cercherà di fornire un contributo sostanziale favorendo una maggiore disponibilità al confronto nell’ambito del cosidetto “dialogo strutturato” lanciato dall’allora ministro degli esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier per ripristinare un clima di fiducia e stimolare la riflessione sull’evoluzione della sicurezza in Europa, con l’obiettivo di portare ad un fondamentale adattamento delle misure di fiducia esistenti alla mutate condizioni di sicurezza».

L’incontro, hanno ricordato ancora i promotori era «inserito nell’ambito del progetto New Med, avviato nel 2014, è realizzato da una rete di ricercatori e analisti interessati ad esaminare le complesse dinamiche sociali, politiche, culturali e di sicurezza che stanno interessando l’area del Mediterraneo e per superare una visione puramente eurocentrica delle dinamiche mediterranee e dare centralità il più possibile a prospettive dal Sud del Mediterraneo».

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