«Regno dei Cieli». Lo chiamano così, il Lesotho, piccolo regno incastonato nel Sudafrica, su un altopiano a circa 1400 metri di altitudine, o anche «il tetto dell’Africa», sempre per la sua altezza. Ma in questo soprannome si trova anche un’eco della spiritualità che ha guidato la scelta di Stefano Demasi, e di molti prima di lui, di partire per portare le loro competenze a chi ne ha bisogno.

Quarantenne, terapista della neuropsicomotricità dell’età evolutiva, dal 2013 Stefano frequenta la chiesa valdese, prima quella di Bergamo, poi quella di Milano. Il desiderio di andare in Africa nasce da motivazioni umanitarie e professionali allo stesso tempo: «Da un po’ di anni maturavo il desiderio di andare in Africa, in particolare nel mio campo applicativo: ho fatto del combattere per i diritti dei bambini meno fortunati il baluardo della mia vita. Volevo fare un percorso anche professionale, che molti fanno, perché l’Africa è un campo di lavoro dove si impara moltissimo».

Un giorno è arrivato l’incontro fortuito e fortunato che ti ha portato senza saperlo a un progetto finanziato anche dalla Chiesa valdese (attraverso i fondi dell’otto per mille)…

«Esatto: per due anni avevo contattato diverse associazioni, laiche e cattoliche, da cui sono rimasto deluso o con cui non mi trovavo a mio agio, anche se i progetti erano interessanti; per caso, circa un anno fa, cercando su Internet mi sono imbattuto nel progetto della Cevaa. Non capivo il francese, ma ho capito subito che faceva al caso mio!»

Messosi in contatto con Anne Sophie Macor, incaricata dei progetti e degli scambi individuali della Cevaa (Comunità di chiese in missione) a Montpellier, Stefano viene assegnato al Lesotho per un mese di permanenza (agosto 2017) in uno dei dieci ospedali coinvolti nel progetto «Solidarité Santé», mirato a riqualificare una serie di ospedali in vari stati africani: Camerun, Ghana, Zambia, Rwanda, Togo, Costa d’Avorio, Benin e appunto Lesotho.

Là hai trovato non solo un ospedale ma una comunità di credenti…

«Mi hanno assegnato allo Scott Memorial Hospital, fondato nel 1937 in un piccolo paese, Morija, vicino alla capitale, fondato nell’Ottocento da tre missionari protestanti francesi. Il mio impegno là è stato sia nell’ospedale sia nella chiesa evangelica. La cosa bella era il clima profondamente evangelico, all’interno dell’ospedale c’è anche una piccola chiesa dove ogni mattina sia il personale medico sia gli allievi della scuola infermieri iniziavano la giornata fra canti e preghiere… una cosa bellissima».

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La piccola chiesa dell'ospedale

Qui ti occupi soprattutto di bambini, e in Lesotho?

«Mi ha un po’ spiazzato il fatto che fin dal primo giorno nell’ambulatorio che mi avevano assegnato, insieme a due assistenti, c’era un’interminabile fila di persone, molti adulti. Questo perché quando arriva un medico occidentale, pensano che possa curare ogni malattia, e arrivano anche da lontano con la speranza di essere guariti. Purtroppo la medicina non è magia… a volte non si poteva fare molto. Essendoci scarsità di medici mi hanno dato carta bianca, potevo fare visite, prescrivere esami, oltre a fare fisioterapia. Avendo anche una specializzazione in osteopatia, ho già a che fare anche con gli adulti, e le patologie evolutive e gerontologiche a volte sono sovrapponibili».

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Il reparto pediatrico della struttura

Quali barriere hai incontrato in questo viaggio?

«Innanzitutto le mie paure personali: era la mia prima esperienza in Africa ed ero preoccupato dalle malattie che avrei potuto trovare, in realtà quando sono arrivato ho verificato che in Lesotho, pur essendo un paesepovero e arretrato, non ci sono alcune malattie come la malaria e la febbre gialla, e questo mi ha rassicurato.

La seconda barriera è stata la situazione ospedaliera, venivano pazienti molto molto gravi e a volte rimanevo spiazzato, mi consultato con i medici che erano lì per cercare la soluzione…»

Il Lesotho è un paese di poco più di due milioni di abitanti, con un tasso di sieropositività e mortalità infantile tra i più alti al mondo…

Quale impressione hai ricavato della situazione?

«La popolazione è molto pacifica, non ho mai sentito litigare o gridare. Non c’è lo stress degli orari e degli appuntamenti, vivono molto secondo l’istinto, mangiare e scaldarsi al bisogno, ad esempio siccome la mia sala d’aspetto era una panchina all’esterno, nei giorni in cui per loro faceva troppo freddo (siamo alla fine dell’inverno), non venivano in ambulatorio…

Ma è anche una popolazione tendenzialmente rassegnata e passiva. Il Lesotho è grande più o meno quanto il Belgio, ma ha otto giacimenti di diamanti, tre dighe, molti Stati sono interessati alle loro enormi risorse che come in tutta l'africa post coloniale sono gestite pressoché in toto dalle multinazionali: da parte locale c'è poca iniziativa commerciale privata. Per lo più vivono di agricoltura e pastorizia, essenzialmente di auto-approvvigionamento, ci sono pochissime industrie e queste appartengono ad altri Stati come la Cina».

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Il reparto degenza uomini

Puoi dire di avere anche tu sperimentato il «mal d’Africa»? Pensi di ritornare?

«Mal d’Africa? Sì, tremendamente! È una sensazione molto strana, vai a finire in un posto totalmente diverso dal tuo, più a rischio se vogliamo, ma c’è qualcosa che ti mozza il fiato e te la fa mancare… Vorrei tornare il prossimo anno per proseguire il lavoro iniziato. Per il momento invierò alla Cevaa il feedback su questa esperienza, se da parte loro ci sarà continuità nel progetto, la mia disponibilità c’è: ho cominciato un lavoro con i bambini che vorrei portare avanti o per lo meno vedere a che punto è arrivato.

Là nascono moltissimi bambini e la gente se ne cura poco, se nasce un bambino con difficoltà motorie se ne fa subito un altro; c’è molto lavoro da fare riguardo alla prevenzione, alle malattie prenatali e perinatali, a quelle trasmissibili, ereditarie, la cura dei neonati… vorrei portare avanti il lavoro che ho fatto con alcune madri e i loro figli».

Immagini di Stefano Demasi

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