Giovani costruttori di pace a Bossey

Nell’annuale Summer Schoool del Cec, giovani ebrei, musulmani e cristiani si sono confrontati su dialogo interreligioso e comunicazione

Fonte: Cec

Quattordici giovani ebrei, musulmani e cristiani ha frequentato nelle scorse tre settimane l’annuale Summer School interreligiosa dell’Istituto ecumenico di Bossey, circa 25 km da Ginevra, il centro internazionale di incontro e formazione del Consiglio ecumenico delle chiese (Cec).

Provenienti da diverse parti del mondo, dall’Iran alla Finlandia alla Nigeria, si sono confrontati sul tema della costruzione della pace a partire dal dialogo interreligioso, con lezioni, laboratori e visite a luoghi di interesse.

Grazie anche all’atmosfera serena del luogo, i giovani hanno potuto dialogare in un ambiente amichevole e di rispetto reciproco, con l’obiettivo «di trovare soluzioni costruttive, scoprire come le religioni rispondono alle sfide del nostro tempo, e prepararsi a diventare costruttori di ponti e ambasciatori di pace nei rispettivi paesi», come ha spiegato Benjamin Simon, responsabile della Summer School, esperienza formativa che rientra nel programma di formazione continua dell’Università di Ginevra e conta sulla partecipazione della Facoltà di Teologia protestante e di partner ebrei e musulmani.

I giovani, che al termine del percorso hanno ottenuto il certificato di studi superiori interreligiosi, accreditato dall’Università di Ginevra, hanno seguito un approfondimento sul ruolo chiave della comunicazione nel processo di costruzione della pace, tenuto da Marianne Ejdersten, direttrice delle comunicazioni del Cec. «La comunicazione permette di considerare e valutare risposte nonviolente a conflitti in atto o potenziali», spiega Ejdersten. «Una comunicazione per la pace funziona, perché mette in luce background e contesti, obiettivi non dichiarati, dà ascolto a tutte le parti, sottolinea le iniziative di pace, a prescindere dall’appartenenza religiosa».

La comunicazione è un aspetto molto importante per una comunione di cui fanno parte 348 chiese, ha spiegato, ed è quindi un lavoro cruciale all’interno del Cec, che vuole essere «un catalizzatore di cambiamento, per un mondo che abbia a cuore la pace e la giustizia. Attraverso i nostri mezzi di comunicazione, possiamo fare la differenza raccontando storie positive che diano speranza in situazioni conflittuali».

Siamo tutti costruttori di pace, ha commentato Ejdersten, aggiungendo: «Tutto dipende dal nostro atteggiamento: le barriere peggiori possono essere le parole, il modo in cui raccontiamo le cose, che fa sì che non ci si capisca gli uni gli altri. Per comunicare per la pace abbiamo bisogno di tenere gli occhi, le orecchie e il cuore aperti, monitorare ciò che accade, aspettarci l’imprevisto, visitare luoghi insoliti e parlare con quelli che sono maggiormente coinvolti nelle situazioni».

Per i giovani è stata un’esperienza coinvolgente e non sempre facile: hanno dovuto combattere le tensioni che si creavano quando si scontravano differenze culturali e di credo: «Queste tensioni, normali quando si incontrano persone diverse, riflettono in piccolo i violenti conflitti che vediamo a livello nel mondo, quando non ci sono opportunità d’incontro», hanno spiegato. «Riconosciamo che il dialogo richiede molto lavoro e fiducia, ma crediamo che l’inclusione e l’ascolto di ciascuno sia una parte preziosa del viaggio verso una pace giusta».

Al momento di lasciare il pacifico ambiente di Bossey, hanno riconosciuto l’importanza di poter ridere, mangiare e ballare insieme, che li ha incoraggiati ad affrontare discussioni anche difficili. «Porteremo queste esperienze, basate sul rispetto e la dignità umana, nei nostri paesi, per promuovere la comprensione e coltivare opportunità per incontri interreligiosi, per favorire la pace».

Immagine: di Cec

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