All’indomani degli attentati di Parigi, nel novembre 2015, Anouar Kbibech, presidente del Consiglio francese del culto musulmano (Cfcm) annunciava la creazione di un’«abilitazione» per gli imam al fine di contrastare il radicalismo. Per arrivarci si ponevano due tappe, la verifica delle conoscenze teologiche e civili e la sottoscrizione di una «Carta dell’imam». Se per la prima siamo ancora in fase di discussione, l’attesa della «Carta» è finita.

Dopo mesi di discussioni per trovare un accordo, lo scorso 29 marzo il Cfcm, che riunisce la maggior parte delle federazioni musulmane francesi, ha adottato un documento di 12 articoli, nei quali si sottolinea tra l’altro l’importanza dei valori repubblicani e si raccomanda un «islam aperto e tollerante, un islam della giusta via di mezzo». L’articolo clou recita: «l’imam proclama il suo profondo attaccamento ai valori universali che fondano la nostra Repubblica, al principio della laicità, garante della libertà di coscienza e del rispetto della diversità di convinzioni e pratiche religiose». Parole piuttosto decise, e non sorprende che la dichiarazione abbia suscitato critiche. Definire e regolamentare la figura dell’imam è infatti un tema alquanto spinoso, che non trova l’accordo di tutti.

Il documento risponde però anche all’esigenza di una parola chiara contro il terrorismo e di un’azione di prevenzione, richiamata da parte del mondo musulmano, e soprattutto da quello politico, sociale e religioso francese. Come ha dichiarato Anouar Kbibech, presidente del Cfcm, «c’era grande attesa da parte della società francese, bisognava dare un segno per rassicurare i nostri compatrioti; gli stessi imam hanno riconosciuto che il loro status andava definito più chiaramente e rafforzato».

Ora saranno gli imam a dover fare il prossimo passo, firmando la «Carta» e sottoscrivendone i principi: il che non vuol dire semplicemente dichiararsi fedele ai valori della République, ma tenerne conto nel momento in cui si sceglie un imam. E a questo proposito, va detto che insieme alla «Carta» propriamente detta il Cfcm ha prodotto anche un «convenzione tipo», per dare uno strumento operativo alle singole comunità nel «rapporto di assunzione» dell’imam.

Ma l’esito non è affatto scontato: il Cfcm non ha autorità giuridica e spirituale sulle singole moschee, quindi questo documento si presenta come presa di coscienza, atto di sensibilizzazione e non come atto vincolante. Il dissenso interno è piuttosto forte, infatti sono subito arrivare le dichiarazioni contrarie, almeno cinque federazioni di moschee accusano il Cfcm di aver travalicato le sue competenze andando a interferire nell’autonomia delle moschee: la Grande moschea di Parigi (Gmp, vicina all’Algeria), l’Uoif (ramo francese dei Fratelli musulmani), le confederazioni turche Milli Görüs e CCMTF, l’associazione letteralista Foi et Pratique. Eppure le prime due avevano partecipato al tavolo d’incontro sulla stesura del documento nel febbraio 2016…

Inoltre, come si diceva in apertura, la «Carta» è solo una delle due tappe: il Cfcm deve ancora «risolvere alcune questioni pratiche» (leggi dissensi interni) con le varie federazioni per arrivare alla procedura di abilitazione degli imam.

Resta infine aperta la questione della formazione: è di domenica 2 aprile l’annuncio da parte dell’Unione delle moschee di Francia (Umf, vicina al Marocco) della prossima apertura di un istituto di formazione: un altro passo avanti nella lotta al radicalismo, che fornirebbe agli imam di origine marocchina un luogo di formazione in Francia. Il nuovo istituto dovrebbe controbilanciare lo squilibrio esistente tra federazioni: l’Uoif ha due istituti, uno a Saint-Denis e uno a Nevers, la Gmp ne ha uno a Parigi, l’Umf non ne aveva nessuna.

Immagine: CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=519209

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