25 marzo, una festa al plurale

Due sguardi critici ad un’altra Europa, tra il Colosseo e il Tevere

«Continuano a chiamarci “sognatori”, ma noi siamo i realisti. Sognano quelli che ancora credono nelle nazioni. Gli Stati Uniti d’Europa non sono un sogno, sono la soluzione». Con queste parole il presidente del Movimento Federalista Europeo (Mfe) Giorgio Anselmi ha arringato dal palco i cinquemila europeisti raccolti in Piazza Bocca della Verità e diretti in marcia verso il Colosseo. Un’iniziativa, quella di una «Marcia per l’Europa», nata non tanto per «celebrare i trattati di Roma» – anche se così l’hanno riportata, nel poco spazio dedicatogli, i media nazionali – quanto per chiedere ai 27 leader riuniti nell’Urbe un coraggio maggiore di quello raccolto nella timida dichiarazione che si sono accontentati di firmare, con la stessa stilografica di sessant’anni orsono. Prima della marcia, decine di lingue europee hanno rimbombato nelle casse. Un’applauso senza fine ha accolto l’intervento dell’eurodeputato scozzese Alyn Smith – «Amici europei, non lasciateci soli!» – a riconferma di come la Brexit abbia trasformato la causa dell’indipendenza scozzese in una «questione europeista»; altrettanto entusiasmo ha circondato il discorso di Guy Verhofstad, presidente del gruppo democratici e liberali in seno PE, in Italia divenuto celebre per aver rifiutato i deputati di Grillo – «In Europa esistono già abbastanza dichiarazioni, ora abbiamo bisogno d’azione!». Finiti i discorsi, il corteo ha costeggiato il Circo Massimo e si è fermato, festante, attorno al Colosseo. Massima intemperanza registrata dall’imponente cordone di sicurezza: il coro «chi non salta Trump e Putin è».

È una piazza unica al mondo, quella degli europeisti doc, figli e nipoti del Manifesto di Ventotene. Un corteo in cui convivono i simboli di diversi partiti, in cui sventolano le bandiere di tutti i paesi – commoventi quelle ucraine e britanniche, in solidarietà con chi in Europa non è ancora o non sarà più –, un luogo dove risuonano tutte le canzoni e tutte le lingue del continente. Dopotutto, questo è l’Mfe: un movimento trasversale a tutte le culture nazionali e politiche. Così nacque, nell’agosto del 1943, tra le mura di casa Rollier, e così è rimasto: in Italia, dove conta decine di sezioni, e nell’Europa tutta. L’unicità della piazza dei federalisti risiede nel suo non essere unica – verrebbe da dire nel suo «non essere piazza» – in quanto geneticamente priva di quella carica identitaria ad excludendum alios che in fondo caratterizza tutte le manifestazioni: nazionali, ideologiche, religiose o sportive che siano.

E proprio di esclusione si è occupata un’altra manifestazione critica nei confronti dell’Europa odierna. Sulle rive del Tevere, sotto Castel Sant’Angelo, si sono ritrovati i manifestanti di «Not my Europe», un presidio organizzato da Amnesty International, Medici Senza Frontiere ed altre importanti organizzazioni che operano nell’umanitario. Circondata da filo spinato e da salvagenti arancioni, sulle verdi acque fluviali gli organizzatori hanno calato un’immensa bandiera europea. C’est a dire: guardatela, da fuori, come appare questa nostra «casa comune», una fortezza inespugnabile, sorda alle grida dello straniero che bussa alla sua porta. Salito sul palco per chiudere la manifestazione, un Moni Ovadia biblicamente ispirato ha proposto una riflessione sull’incredibile paradosso di chi rivendica «radici giudaico-cristiane» per chiudersi al diverso e ha affidato a questo passo di Julia Kristeva, scrittrice francese di origine bulgara, la descrizione di un «percorso» di ravvedimento universale. Un cammino molto simile a quello personificato dalla piazza europeista di qualche ora prima. Peccato che «i critici» non fossero insieme; avrebbero scoperto di avere tante cose in comune.

«Straniero, rabbia strangolata in fondo alla mia gola, angelo nero che perturba la trasparenza, traccia opaca, insondabile, figura dell’odio e dell’altro, lo straniero non è né la vittima romantica della nostra pigrizia famigliare né l’intruso responsabile di tutti i mali della città. Non è la rivelazione in cammino né l’avversario immediato da eliminare per pacificare il gruppo. Stranamente, lo straniero ci abita. È la faccia nascosta della nostra identità, lo spazio che mette in crisi la nostra abitazione, il tempo in cui si guastano l’intesa e la simpatia. Riconoscerlo in noi ci risparmia di odiarlo in lui. Sintomo che rende precisamente il “noi” problematico, può darsi impossibile, lo straniero comincia allorquando sorge la coscienza della mia differenza e termina allorquando noi ci riconosciamo tutti stranieri, ribelli ai legami e alle comunità».

Immagine di Nicola Pedrazzi

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