Ogni 21 marzo, primo giorno di primavera, Libera – associazioni, nomi e numeri contro le mafie – celebra la Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle vittime innocenti perché, «nel giorno del risveglio della natura si rinnovi la primavera della verità e della giustizia sociale». Dal 1996, in diverse città viene letto l’elenco di circa novecento nomi, vittime innocenti delle mafie. Ci sono i parenti delle vittime conosciute (quelli il cui nome richiama subito un’emozione forte) e i familiari delle vittime meno note: «Per questo motivo è un dovere civile citarli tutti. Per ricordarci sempre che a quei nomi e alle loro famiglie dobbiamo la dignità dell’Italia intera», ricordano i promotori.

La Giornata quest’anno si tiene a Locri dove già ieri il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha fatto visita ricordando la «mancanza di onore dei mafiosi», in quei luoghi e quelle stesse vie, questa notte sono apparse scritte ingiuriose contro Don Luigi Ciotti, presidente di Libera: «Queste scritte rientrano nella strategia della ’ndrangheta», ha detto a Riforma.it Enzo Ciconte, scrittore, docente e politico italiano, considerato tra i massimi esperti delle dinamiche delle grandi associazioni mafiose. Le scritte, poi prontamente cancellate dall’amministrazione comunale, recitavano: «Don Ciotti è sbirro», «Siete tutti sbirri» e «Meno sbirri e più lavoro».

«Ormai la mafia manda i suoi messaggi ovunque – prosegue Ciconte -, lo fa anche attraverso i social network: facebook, whatsapp ed altri; la musica e i cantanti neo-melodici, e poi, per “rispettare le tradizioni”, anche con le vecchie bombolette spray. È evidente che più scritte in diversi punti della città servivano a distrarre l’attenzione rispetto alla manifestazione e al messaggio che questa intende lanciare. Un modo per oscurare anche i messaggi importanti lanciati di ieri, come quello del Presidente della Repubblica. Oggi infatti i giornali parlano molto di scritte e poco di memoria e legalità. Una cosiddetta “arma di distrazione”. Oggi la mafia ha assorbito tutte le dinamiche narcisistiche prodotte dai “social”, non ha bisogno di nascondersi, bensì di ottenere conferme e consensi e per farlo utilizza gli stessi strumenti che utilizziamo tutti noi, i mezzi di comunicazione di massa moderni, la cosa non deve stupire».

Una mafia 2.0?

«3.0, 4.0. Dobbiamo toglierci dalla testa l’idea di quella mafia che conoscevamo trent’anni fa. La mafia che non parlava, omertosa, nascosta. Oggi la mafia vuole “giocare attivamente” e ottenere nuovi consensi. Come dicevo molte canzoni dei cosiddetti “neo-melodici napoletani”, ovviamente non tutti i cantanti e non tutte le loro canzoni, veicolano messaggi in tal senso.

Perché i mafiosi sentono la necessità di ottenere consenso?

«Perché la loro credibilità si è erosa in questi anni di contrasto al fenomeno. I mafiosi sanno benissimo di aver perso il consenso del passato».

Per ottenere quel consenso, quali messaggi lanciano?

«Vecchi e nuovi. Quello di Locri è il solito e vecchio messaggio: “Più lavoro e meno sbirri”, un messaggio utilizzato nel passato all’indomani dell’approvazione della legge Rognoni-La Torre che introduceva la possibilità di indagini patrimoniali e fece fallire molte attività mafiose facendo insorgere “i mafiosi” di Palermo che manifestarono nelle piazze e nelle strade esponendo i cartelli che dicevano “la mafia dà lavoro lo Stato no”. Oggi i messaggi, quelli più generici, sono sfrontatamente “postati” su facebook, luogo virtuale dove passano però anche minacce, più o meno velate, messaggi e avvertimenti».

Così visibili rischiano di essere arrestati dalla polizia o quantomeno di essere indagati? Almeno dovrebbe essere così. Giusto?

«Macché, nessuno di loro è incensurato, sono tutte persone note alle forze dell’ordine, sotto la lente attenta della giustizia. Poi, proprio come accade a molte persone “per bene”, la realtà dei social sfalsa completamente la percezione di ciò che si dice o si scrive… sulla rete sembra essere garantita una sorta di impunità collettiva dove si può dire di tutto senza essere passibili di sanzioni. Spesso “volano” luoghi comuni: “i mafiosi sono tutti solo a Roma non al Sud o al Nord Italia».

Sembra tutto «sdoganato», i mafiosi sono liberi di comunicare comi gli pare e dove gli pare, è così triste la realtà?

«No, non fraintendetemi. I mafiosi oggi vivono una grossa crisi dovuta al forte contrasto che lo Stato e le istituzioni stanno portando avanti in questi ultimi anni. Vi è una guerra reale in corso. Oggi le mafie non sono più forti come dieci, venti anni fa. Non esiste più la mafia che aveva avuto la “forza” di opporsi a Falcone e Borsellino. Dopo quelle stragi la mafia dei “corleonesi” è finita. Così come oggi quella dei “casalesi” è stata scompaginata. Però sussistono nuove difficoltà: sono le relazioni che i mafiosi hanno con i poteri forti, soprattutto con gli ambienti economici che hanno tutto l’interesse a mantenere in vita queste organizzazioni a delinquere, proprio perché con i mafiosi si possono fare cose che legalmente non si potrebbero fare. Le mafie sono fornitrici di veri e propri servizi verso terzi. Fino a quando questi legami non saranno spezzati, sarà difficile garantire un vero e proprio contrasto al fenomeno».

Quindi?

«Oggi dovremmo contrastare in ordine d’urgenza i potentati economici e i gruppi di potere che utilizzano la mafia, si è invertito tutto. Una volta la mafia aveva bisogno di ottenere consensi, anche politici, per operare illegalmente, oggi invece è necessario che ci sia la mafia, per operare illegalmente».

Qual è oggi la «mafia» più potente?

«Certamente la ’ndrangheta. Dal Nord al Sud Italia. Seppur abbia ricevuto colpi durissimi dallo Stato, anche a Torino e Milano.

Perché è importante la giornata della Memoria e dell’Impegno?

«Perché accresce la sensibilità comune su questo tema. Perché mobilita i giovani e tiene viva la memoria e l’impegno. Perché giornate come questa, ricordano che la lotta alle mafia non la possono vincere solo i carabinieri i polizziotti e i magistrati, ma la si vince insieme: mondo della cultura, della solidarietà, delle scuola e delle Università».

Immagine: via Flickr - Marco

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