«Una svolta positiva: per la prima volta la comunità islamica e lo Stato si siedono a un tavolo e firmano un patto di responsabilità da parte di entrambi». Con queste parole Izzedin Elzir, presidente dell'Unione delle Comunità Islamiche d'Italia ha commentato il Patto nazionale per un islam italiano sottoscritto il primo febbraio dal ministro dell’Interno Marco Minniti e dalle principali Associazioni dei musulmani in Italia. Una sorta di documento «bilaterale» che, riconoscendo la rilevanza delle comunità islamiche in Italia, delinea strategie di dialogo e di confronto, tra cui l'obiettivo di favorire «l’avvio di negoziati volti al raggiungimento di Intese» come spiega il documento.

Il processo che ha portato alla sottoscrizione del patto è stato facilitato dal Consiglio per le relazioni con l’islam italiano, composto da studiosi ed esperti della materia e coordinato da Paolo Naso, docente di Scienza Politica alla Sapienza Università di Roma e coordinatore della Commissione Studi Dialogo Integrazione della Federazione delle chiese evangeliche in Italia.

Cosa rappresenta questo passo per l'Ucoii?

«È un messaggio importante sia all'interno della comunità islamica, sia all'esterno. All'interno lo è in particolare per responsabilizzare sempre di più la comunità islamica: lo abbiamo fatto e stiamo continuando a farlo, come Ucoii, in maniera sempre più chiara e trasparente. Dall'altra parte lo Stato, che per la prima volta realmente cerca di rispondere a una realtà che già esiste».

È stato lungo il percorso per arrivare fino a qui?

«Si, un percorso iniziato con il ministro Amato, ma ancora prima con Pisanu e altri, portato avanti da diversi Governi insieme a molti rappresentanti del mondo islamico, ma la base concreta è stata gettata l'anno scorso a Firenze, con il patto di cittadinanza della comunità islamica fiorentina con il comune di Firenze, poi è stato applicato anche a Torino. Il ministro Minniti ha voluto prendere questi esempi positivi del territorio e portarli a livello nazionale. È un lavoro enorme ma ci crediamo molto, anche perché come Ucoii lo stiamo facendo da più di 25 anni: con questi accordi si migliorano questi lavori».

Spesso si parla di una mancanza di unità dell'islam in Italia come motivo di difficoltà dei rapporti con lo Stato: che ne pensa? Cambia qualcosa con questo passo?

«No, questo accordo non significa che le realtà islamiche siano unite o debbano esserlo per forza. Anzi, in questo incontro abbiamo voluto sottolineare che le diverse presenze islamiche in Italia hanno bisogno di diverse intese, non di una sola. Le comunità islamiche sono come i cristiani e buddisti e altre fede religiose da questo punto di vista: con il mondo protestante abbiamo diverse intese, così come con il buddismo. I musulmani non devono avere un trattamento speciale; spesso è stata usata come scusante per non arrivare a un'intesa, ma con questo patto si torna a trattare i musulmani come umani e cittadini, poi ogni gruppo secondo il suo statuto si presenterà a chiedere la personalità giuridica per passare all'intesa».

Questo patto proietta verso le intese: quanto è lontano questo orizzonte?

«Credo che a questo punto dipenda dallo Stato: le diverse comunità islamiche hanno fatto abbastanza, ora tocca al Governo essere responsabile e gestire una realtà che già esiste. Spesso purtroppo i Governi cercano di non vedere la realtà, ma spero che con questo patto si inizi a farlo.

Non c'è dubbio che sia un passo in avanti, perché vedere la realtà è l'inizio per poi governarla».

Diverse realtà religiose hanno dedicato le loro energie alla ricerca di una legge sulla libertà religiosa, che nel nostro paese è ferma agli anni Venti. è una percezione che avete anche voi?

«Oltre che di intesa in realtà è importante parlare di legge sulla libertà religiosa, perché una non esclude l'altra. Siamo parte di un gruppo di lavoro per preparare un disegno di legge che dovrà essere proposto al Parlamento. Il cammino è parallelo e serve per tutti».

Immagine: via istockphoto.com

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