Il 2017 si è aperto con una novità: per la prima volta il progetto dei corridoi umanitari, ideato e realizzato dalla Federazione delle chiese evangeliche in Italia insieme alla Comunità di Sant’Egidio e finanziato dai fondi dell’Otto per mille valdese, è stato replicato da una realtà differente.

Grazie alla firma del protocollo tecnico firmato ieri mattina dalla Conferenza episcopale italiana e dalla Comunità di Sant’Egidio insieme ai ministeri dell’Interno e degli Esteri, nei prossimi mesi 500 profughi eritrei, somali e sud-sudanesi potranno raggiungere il nostro Paese in sicurezza e senza finanziare la criminalità organizzata.

Insieme al Libano e al Marocco, l’Etiopia era stata scelta anche dalla Fcei come uno dei punti critici da cui far partire dei corridoi sicuri per la migrazione in quello che rappresenta il primo progetto avviato in questa direzione. L’Etiopia è oggi il Paese che accoglie il maggior numero di rifugiati in Africa, con più di 670.000 persone in fuga soprattutto dalla dittatura eritrea e dalle guerre che insanguinano da molti anni la Somalia e più recentemente il Sud Sudan, la più giovane nazione del mondo.

Questo progetto apre una stagione di impegno diretto della Chiesa cattolica italiana nel campo dell’accoglienza e della creazione di canali sicuri: questi nuovi corridoi umanitari saranno infatti finanziati con i fondi dell’Otto per mille alla Chiesa cattolica.

Per il presidente della Fcei, Luca Maria Negro, «è un risultato importante, che salutiamo con soddisfazione perché conferma e rafforza la validità di uno strumento che salva vite umane e tutela il diritto alla protezione internazionale di vittime di guerre, sfruttamento, persecuzioni, povertà».

Secondo Paolo Naso, coordinatore del progetto Mediterranean Hope, «l’esempio ha funzionato, il modello è sostenibile e la buona pratica dev’essere diffusa».

È una svolta nelle pratiche di accoglienza?

«Diciamo che il fatto che il Governo abbia deciso di replicare il modello dei corridoi è una bella notizia di per sé. Inoltre che a gestire questo progetto scenda direttamente in campo la chiesa cattolica con la Conferenza episcopale, decidendo di mettersi sulla scia di una strada aperta dall’azione congiunta delle chiese evangeliche insieme alla Tavola Valdese e alla Comunità di Sant’Egidio, dà veramente l’idea di una svolta importante.

I fratelli cattolici avevano già parlato di questa ipotesi, ne eravamo a conoscenza e ci sembra importante poter decidere in autonomia di consolidare questo esperimento. Speriamo che ci siano altre emulazioni in Italia e in Europa, questa è la vera scommessa».

Tuttavia, altre esperienze del genere non esistono infatti in Europa. Possiamo parlare di una delusione in questo senso?

«Sì, è una delusione. Personalmente sono stato impegnato in tour in diversi paesi, proprio come hanno fatto gli amici di Sant’Egidio, ma con risultati modesti, anche se non possiamo ancora tracciare un bilancio definitivo. C’è un’ipotesi molto interessante in Francia, dove la Federazione Protestante sembra avviata a firmare un protocollo d’intesa analogo al nostro. Ritorna quindi l’elemento protestante ed ecumenico, perché anche in questo caso ci sarebbe Sant’Egidio.

C’è poi un dialogo piuttosto avanzato anche in Polonia, dove si sta muovendo Sant’Egidio con l’influenza e il favore della Conferenza Episcopale polacca. Il problema in quel caso però è la posizione governativa su questo tema, non esattamente rivolta verso l’apertura. Come protestanti siamo anche molto impegnati in Germania: io ho incontrato il ministro degli Esteri tedesco e l’interlocuzione è molto attiva con la mediazione di varie chiese regionali, soprattutto la chiesa della Westfalia, che ha già portato in Italia una delegazione di politici interessati a studiare il modello dei Corridoi. Una nuova analoga delegazione sarà con noi tra febbraio e marzo. Qualcosa si muove, ma se qui in un anno e mezzo siamo arrivati a far partire i corridoi, avviare i primi esperimenti di integrazione e a duplicare il protocollo con l’accordo con la Cei, negli altri Paesi invece tutto va avanti con una lentezza drammatica. Nel frattempo, più di 5.000 persone sono morte in un anno nel mediterraneo, con un aumento di 1.200 vittime in appena 12 mesi. Questa lentezza è scandalosa a fronte della velocità con cui aumentano le morti in mare».

Per le migrazioni e per i progetti di sostegno al salvataggio di vite umane, che anno potrà essere il 2017?

«Dipenderà molto da che anno sarà per l’Europa. Potrebbe essere anche l’anno del collasso complessivo e una buona parte di questo processo è determinato da quello che l’Europa saprà dire o no proprio su questa materia. La “politica dello struzzo” non paga in nessun modo. Un’illusione gravissima e irresponsabile è quella di pensare di contenere i flussi creando barriere e alzando steccati, ma l’unico effetto ottenuto finora è stato spostare il flusso migratorio. Tutti sappiamo che sono aumentate gli arrivi in Italia nell’anno in cui si è chiusa la rotta balcanica. L’effetto delle politiche di chiusura è semplicemente quello di deviare il flusso, cosa che l’Italia non può fare per via della sua collocazione geografica. Il problema non è contenere i flussi, ma governarli e renderli sostenibili. La sensibilità media degli altri governi europei va in tutt’altra direzione perché il mercato politico del populismo e della xenofobia sta conquistando settori molto ampi dell’opinione pubblica. Ma c’è un elemento di speranza: i corridoi umanitari, applicati su larga scala e ripartiti a livello europeo, sarebbero una soluzione sostenibile, governabile, legale, fattibile subito senza modificare leggi, che consentirebbe di creare quella “valvola di sfogo” per garantire la protezione umanitaria a migliaia di persone che fuggono comunque. Tanto vale farle arrivare in sicurezza e legalità. Occorre poi una stabilizzazione politica dei paesi di partenza, oltre a un sostegno economico. Un’Unione Europea che vuole ritrovare la sua anima si deve misurare con questa agenda evidentemente impegnativa e onerosa».

Immagine: Donne a Sheraro. Susanna Ricci/Radio Beckwith

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