Linea dell’avidità: quanto è «troppo»?

Una pubblicazione del Consiglio ecumenico delle Chiese riprende anni di battaglie per la giustizia

Nel 2012 si era svolta a Guarulhos (Brasile) una Conferenza internazionale ecumenica su «Una nuova architettura finanziaria ed economica globale». Fin dal suo inizio il movimento ecumenico si era infatti misurato criticamente con il tema della giustizia economica e sociale. In seguito alla crisi del 2008 il Consiglio ecumenico delle chiese (Cec) aveva mandato una lettera all’Onu e al «G20» per chiedere loro di affrontare il tema della avidità e della disuguaglianza. Nel 2009 poi il Cec aveva preparato un documento su «La giusta finanza e l’economia della vita». A seguito della Confessione di Accra, la Comunione mondiale di chiese riformate (Cmcr) insieme al Cec, alla Federazione luterana mondiale (Flm) e al Consiglio per la missione nel mondo e ad altre organizzazioni ecumeniche, ha preparato la Conferenza del 2012 a cui hanno contribuito leader religiosi, attivisti, politici, e teologi.

In quell’occasione si è detto che la modernità ha portato con sé un modello basato sul profitto e sull’interesse individuale, separato dalla fede e dall’etica. Ciò ha consentito di giustificare il colonialismo, la disparità e la disuguaglianza e la violenza della devastazione economica ed ecologica, così come la riluttanza delle Chiese a riconoscere i segni dei tempi e a confrontarsi con la realtà della disumanizzazione dominante, che discrimina coloro che Dio preferisce: i poveri e gli svantaggiati (Salmo 103, 6). Convergono in questa visione il patriarcato, il razzismo, l’antropocentrismo. Il peccato del neoliberismo è sostenuto da una teologia «eretica» che ha pervertito le relazioni tra Dio, gli umani e la Terra.

Di fronte a tutto ciò serve una prassi trasformativa radicata in altre convinzioni spirituali e teologiche: rigettare i sistemi di morte, tra cui il militarismo; rifiutare l’esplosione della monetizzazione e della mercificazione di tutta la vita e affermare la teologia della grazia (Romani 3, 24); rigettare un’economia guidata dal debito e dalla finanziarizzazione, a favore di un’economia dell’inclusione, della cura e della giustizia; opporre all’ideologia del consumismo l’economia della manna, che nega la possibiltà dell’accumulazione (Esodo 16) celebrando la diversità e l’interconnessione della vita; rigettare l’astrazione dell’homo oeconomicus – la persona umana è inserita una comunità di relazioni, come affermato non solo nel cristianesimo: Filippesi 2, 4 dice che siamo chiamati a pensare anche agli interessi degli altri, mentre in Matteo 6, 24 Gesù intima che dobbiamo scegliere tra Dio e Mammona.

 

I criteri e il quadro che venivano individuati comprendevano: il superamento dell’avidità che ha causato una massiccia distruzione dell’ambiente oltre la bio-capacità della Terra, l’inclusione sociale e la giustizia di genere, una speranza e una spiritualità al servizio della vita. Le azioni di breve e medio termine proposte erano: una modifica degli inidicatori di benessere, la regolazione e la tassazione del settore finanziario, l’accesso al credito dei settori poveri e marginalizzati (in particolare per le donne), politiche di investimento sostenibile, fiscalità progressiva, una tassazione ambientale, la lotta all’evasione, una informazione maggiore e più trasparente.

Nonostante i suoi limiti, si diceva allora, l’Onu rimane l’organismo globale più tappresentativo e inclusivo. Si chiedeva la costituzione dell’Unesesc (il Consiglio per la sicurezza economica, sociale ed ecologica dell’Onu), da parte della società civile e delle chiese. Una nuova organizzazione monetaria internazionale dovrebbe poi prendere il posto del Fondo monetario internazionale (Fmi): un’organizzazione più equa e socialmente responsabile delle conseguenze delle attività finanziari, e non dominata da interessi di governi e di lobby economiche. Le strategie di azione proposte alle chiese partiva dall’auspicio di costituire una commissione ecumenica internazionale (Cec, Cmcr, Flm) sui temi della governance, dell’economia e del management. Il mondo ha bisogno di metànoia, di un cambiamento del cuore per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato.

In quella occasione, nel 2012, era stato presentato un primo studio di Carlos Larrea (Ecuador) sulla ineguaglianza sociale, la sostenibilità e la greed line, il limite alla avidità. Questa rappresenta il massimo consumo individuale moralmente accettabile in un dato contesto storico, superato il quale ogni incremento di consumo ha un effetto negativo sulla società, sulle future generazioni e sul pianeta. Questa «linea» è una funzione della ineguaglianza (il «coefficiente di Gini», che misura la distribuzione della diseguaglianza), della povertà e della insostenibilità (l’impronta ecologica). Lo studio di allora terminava con la richiesta di un maggiore intervento pubblico nell’economia, di una regolazione del sistema finanziario, di redistribuzione sociale, di una minore crescita insostenibile e una maggiore prosperità sociale, e chiedeva una qualche regolazione dell’avidità.

Ora quella ricerca è stata inserita in una pubblicazione del Consiglio ecumenico, The greed line, tool for a just economy, curata da Rogate Mshana, coordinatore del «Programma per la giustizia economica» del Consiglio ecumenico dal 2001 al 2013, e Athena Peralta, consulente per il Progetto «Economia di vita» del Cec stesso. Hanno fatto parte del gruppo di studio sul limite alla avidità, tra gli altri Konrad Raiser, Lucas Adrianos, Edward Dommen, Bob Goudzwaard, di cui sono riportati i rispettivi contributi: l’avidità viene considerata la maggiore minaccia per la giustizia, la pace e la sostenibilià. Calvino chiamava l’avidità concupiscence o cupidité e ha molto sottolineato il legame tra indifferenza, egoismo e avidità, che trasformano l’amore del prossimo nel desiderio di sottrargli l’essenziale: «Ogni mezzo per arricchirsi a spese degli altri – scriveva nella Istituzione della religione cristiana, 1536 – deve essere considerato furto».

Immagine: Soldi insanguinati in un fotogramma del film «Greed» (ed. It. «Rapacità»), 1926 del regista Eric von Stroheim

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