Donna, immigrata, anzi di più, rifugiata; e poi musulmana praticante, sempre con l’hijab in testa, impegnata fin da giovanissima nelle battaglie per l’emancipazione delle donne immigrate, in particolare quelle di prima e seconda generazione.

Insomma, un po’ tutto ciò che il neo presidente degli Stati Uniti ha dimostrato di odiare, a stare almeno alle roboanti dichiarazioni esternate da una parte all’altra della nazione, durante i mesi frenetici che hanno preceduto la tornata elettorale. Chissà quindi se si daranno la mano il 20 gennaio prossimo, giorno dell’insediamento alla Casa bianca, Donald J. Trump e Ilhan Omar, che nella Caporetto democratica dell’8 novembre rappresenta un raggio di speranza. Ilhan è infatti la prima donna somala, e la prima rifugiata, a vincere un seggio per la Camera dei rappresentanti, che con il Senato rappresenta uno dei due rami del parlamento a stelle e strisce.

E’ successo a Minneapolis nello stato del Minnesota, uno dei pochi a colorarsi di blu anche dopo lo spoglio delle schede, e non soltanto nei disastrosi sondaggi pre-elettorali che davano tutti o quasi per certa la prima volta di una donna al 1660 di Pennsylvania avenue.

Quindi lo scettro di novità più significativa emersa dall’election day spetta forse proprio a lei, Ilhan Omar, classe 1982, giunta negli Stati Uniti insieme alla famiglia nel 1994, in fuga dalla drammatica guerra civile somala, che tanti capitoli dolorosi e misteriosi ha scritto attorno alle vicende della missione “Restore Hope”, teoricamente promossa dalla Nazioni Unite ma in pratica creatura e feudo a stelle e strisce.

Prima del viaggio transoceanico per Ilhan e i suoi cari ci sono stati però quattro durissimi anni di permanenza in un campo profughi in Kenia, terra di salvezza per centinaia di migliaia di disperati in fuga da un conflitto fratricida. Negli States la prima tappa è la Virginia, Arlington, la città sul Potomac sede del celebre cimitero militare che ospita tutti i caduti delle guerre, oltre alle tombe di moltissime personalità politiche fra cui John Kennedy.

Quasi subito i genitori si spostano in Minnesota. Qui Ilhan può frequentare le scuole, imparando in appena tre mesi l’inglese e completando prima le superiori e quindi la facoltà di scienze politiche.

Immediato l’amore per l’agone pubblico che la porta già dal 2006 a impegnarsi con il partito democratico nelle campagne per le elezioni comunali. Dopo anni di lavoro a fianco delle minoranze a inizio 2016 il grande salto, la scelta di candidarsi per un seggio. Nelle primarie democratiche c’è però da sconfiggere Phyllis Kahn, 79 anni, dal 1973 ininterrottamente seduta a Capitol Hill, la più anziana parlamentare in servizio. Dal caucus di agosto la prima grande sorpresa: nonostante una campagna con toni razzisti pesanti nei suoi confronti da parte anche di compagni di partito, il cosiddetto fuoco amico, Ilhan Omar esce vincitrice. E’ il trampolino di lancio verso il Campidoglio in uno stato, il Minnesota, che sempre premia i democratici e che nelle primarie repubblicane aveva in massa scelto Marco Rubio rispetto a Trump.

Ma se a livello nazionale Hillary Clinton ha pagato pegno (anche) al suo essere donna, a livello locale a Ilhan è riuscita l’impresa di superare i pregiudizi raccogliendo consenso anche fuori dalle comunità di riferimento, formate per lo più da immigrati.

«E’ l’inizio di qualche cosa di nuovo – ha commentato a caldo Omar-. Questo distretto ha fatto tante volte la storia di questo paese e in qualche modo la sta facendo anche ora. Sono entusiasta per i valori progressisti di questa terra e per il ruolo di rappresentante delle tante culture che qui vivono cui sono chiamata a dare voce a Washington».

Da un campo profughi al Campidoglio, una tipica storia di quelle che piacciono tanto ai cultori del sogno americano, che nessuno lascia indietro e a tutti concede una chance. In realtà c’è ben altro, in anni in cui l’american dream ha perso la carica che lo rappresentava, di fronte alla spaventosa crisi che ha messo in ginocchio l’economia interna, ripartita grazie alle brillanti politiche di Barack Obama. Non è bastato a far si che il voto popolare sancisse la bontà del solco tracciato. Gli elettori hanno scelto altro, un voto di rottura, di protesta o chissà in quante altre migliaia di modi lo sentiremo definire in questi giorni di analisi dei flussi, fra evangelical conservatori e chiese storiche progressiste, ispanici che non si capisce più cosa siano e donne che hanno preferito chi le insulta rispetto a chi ne rappresenta la summa, il vertice di una piramide dalle pareti scivolose, alla cui cima è riuscito a scalare un uomo di colore, evidentemente mobilitando il voto afro-americano, ma non è riuscita una donna, che certo molte simpatie non deve aver attirato nemmeno fra le attiviste.

Nelle incertezze e nelle contraddizioni sociali che il voto di martedì ha reso palesi, la storia di Ilhan Omar rappresenta un segnale che un approccio differente all’agone politico è possibile anche oltre oceano, in cui l’impegno concreto a fianco dei più deboli e per la crescita sociale, che dovrebbe essere la pietra angolare di ogni impegno pubblico a volte rappresentano ancora un plus, capace a volte di sovvertire pronostici, sconfiggere lobby, sedere in parlamento.

Immagine: By Lorie Shaull - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=53003386

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