A 82 anni Leonard Cohen torna a sorprendere ammiratori e detrattori con un disco ingannevolmente minimale (You want it darker, solo nove tracce per 36 minuti) che probabilmente rappresenta al tempo stesso il testamento artistico e spirituale del poeta e una delle sue opere più profonde e interessanti. A livello musicale Cohen riprende, a livello di accordi e frammenti di melodia, grandi classici come Hallelujah e Anthem, ma al tempo stesso riesce a continuare a innovare, ad esempio in You want it darker, che, anche attraverso la collaborazione con il coro della sinagoga di Montréal, riesce a unire in maniera inquietante sonorità da oratorio barocco e il «declamato» asciutto e rauco di Cohen che si avvicina al rap. Già l’aspetto musicale anticipa una caratteristica che tornerà, ancora più prepotente, nei temi poetici: Cohen in questo album guarda al passato della sua ormai sessantennale carriera artistica (la prima raccolta di poesie, Let us compare mythologies, è del 1956) con serenità, ma senza precludere la possibilità a qualcosa di nuovo.

Cohen è consapevole che You want it darker ha ottime possibilità di essere il suo ultimo album, non stupisce quindi che uno dei temi trattati sia la morte. Questo peraltro è stato un tema storicamente importante nella sua poetica fin dagli inizi; mentre lo sguardo del primo Cohen sulla morte – e spesso sul suicidio – è a metà tra l’angosciato e il morbosamente interessato, qui la morte è vista con ironia e distaccata serenità. E se nel 1974 si chiede ancora «chi stia chiamando» (Who by fire), cioè quale spiegazione o giustificazione si possa accampare davanti alla morte – tendenzialmente altrui – nel 2016 si riferisce alla propria morte con l’ironica espressione «viaggiare leggeri» (Traveling light), mostrandosi più sereno di quanto l’abbiamo mai visto. Allo stesso tempo, il vero tema centrale non è la morte, ma la relazione – mostrando che il vecchio poeta è pronto alla morte ma non è ancora stanco della vita.

Quel che è più interessante riguardo il tema della relazione è l’assenza di una chiara definizione dell’interlocutore. La critica italiana ha spesso sottolineato – talora esasperato – gli aspetti sentimentali nelle canzoni di Cohen, mancando di enfatizzare però come a seconda dell’interpretazione del «tu» – che è di solito non ulteriormente definito, nemmeno a livello di genere – cambi profondamente l’interpretazione delle canzoni. Questo è vero per vecchi classici come Hallelujah, in cui l’interpretazione teologica – sorretta dal robusto uso di immagini bibliche – è a mio vedere più importante dell’interpretazione sentimentale, ed è tanto più vero per la gran parte dei brani di You want it darker, in cui il rapporto con l’altro e il rapporto con Dio si intersecano, confondendosi tra di loro, ma anche offrendosi reciprocamente allegorie e interpretazioni.

Quanto emerge è un rapporto con Dio (e con l’altro) contraddittorio. In You want it darker Cohen articola una sorta di atto d’accusa nei confronti di Dio («se tu dai le carte, lasciami fuori dal gioco/ se tu sei il guaritore vuol dire che sono spezzato e storpio/ se tua è la gloria, mia deve essere la vergogna») che ha chiaramente rimandi cabalistici difficilmente comprensibili all’ascoltatore medio, ma richiama anche il libro di Giobbe; ma al tempo stesso il ritornello ripete «Hineni [eccomi], sono pronto, mio Signore». In Treaty l’interlocutore è connotato come Gesù Cristo, e anche qui il rapporto è tratteggiato come una relazione al tempo stesso desiderata e fallimentare («avrei voluto che ci fosse un accordo/ tra il mio amore e il tuo […] mi spiace così tanto di aver fatto di te un fantasma/ ma uno solo di noi due era reale, ed ero io»). La riflessione teologica di Cohen coglie uno dei temi centrali della riflessione teologica contemporanea, ossia la difficoltà di relazione con Dio in un mondo in cui la maggior parte degli schemi teologici risulta non credibile. La distanza da un Dio che non fa sconti e abbandona l’essere umano agli aspetti peggiori della propria umanità spinge alla dolorosa incredulità di Treaty, ma anche a riconoscere che comunque «qualcuno sta chiamando» e a rispondere alla chiamata con le stesse parole dei patriarchi.

Un aspetto molto interessante della teologia di Cohen è l’unione di un’immagine di Dio tipicamente ebraica con un immaginario neotestamentario. La figura di Cristo – non solo in questo disco, ma più in generale – è vista con simpatia, ma più come un’immagine dell’impossibile e necessario incontro tra l’essere umano e Dio che come il messia e il figlio di Dio. Tuttavia le immagini evangeliche sono numerosissime in questo ultimo disco: «ti ho visto trasformare l’acqua in vino/ ti ho visto anche trasformarla di nuovo in acqua» in Treaty, ma anche il «tu hai voluto l’oscurità/ noi abbiamo ucciso la fiamma» («you want it darker/ we killed the flame») che dà il titolo a una canzone e a tutto il disco richiama chiaramente «gli uomini hanno preferito le tenebre alla luce» dal Vangelo secondo Giovanni). Questo non è casuale; da un lato Cohen richiama l’ascoltatore a immagini di grande effetto e ampiamente diffuse, ma dall’altro suggerisce che l’immaginario cristiano possa offrire importanti spunti di riflessione anche ad altri tipi di spiritualità. Più in generale, emerge dall’approccio teologico di Cohen un ebraismo sincero e appassionato, che non teme di porsi in dialogo con altre religioni, ma anche con prospettive atee e agnostiche, nella consapevolezza che il confronto porta principalmente arricchimento spirituale.

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