Quando un valdese lascia Il Segno

L’uscita del nuovo romanzo di Sergio Velluto, Il Segno, richiama scrittori italiani e stranieri a Torre Pellice per parlare dei valdesi. La nostra intervista all’autore

In occasione dell’uscita del nuovo romanzo: Il Segno di Sergio Velluto, alcuni scrittori italiani e stranieri si incontreranno domani, 29 ottobre dalle 17,30, presso la Galleria Civica di arte moderna «Filippo Scroppo» a Torre Pellice (To), per raccontare i loro gialli e thriller ambientati nelle «Valli Valdesi»; un folto numero di scrittori e studiosi sono entrati negli archivi e nelle biblioteche di Torre Pellice, in provincia di Torino.

«Sarà l’occasione per sorridere di fronte alle sviste e agli equivoci di chi cerca di descrivere in modo superficiale una realtà difficile da comprendere, anche se affascinante e seducente, come quella valdese, e i rari casi positivi di chi invece è riuscito a farlo. Sarà anche “il pretesto” per domandarsi cosa trovino d’interessante in noi persone così lontane e perché, nella maggior parte dei casi, non riescano a dare, di noi un’immagine adeguata o perlomeno accettabile», ha simpaticamente detto a Riforma.it, Sergio Velluto – che domani presenterà il suo ultimo libro con Gabriella Ballesio –.

Come nasce Il Segno?

«Il Segno è, di fatto, il seguito de Il Pretesto, il primo della saga sui codici medioevali valdesi. Pubblicato nel 2009 per far conoscere al pubblico interessato le incredibili vicende nei secoli attraversate dalle popolazioni valdesi, eventi realmente accaduti e narrate in alcuni manoscritti che i “Barba” (il termine significa zio nelle lingue romanze, nel Quattrocento furono i responsabili del movimento valdese; viaggiando in coppia, lungo itinerari definiti, visitavano i gruppi di credenti in forma clandestina,  sotto mentite spoglie di mercanti, pellegrini, ndr) portavano in giro per l’Europa nascondendoli nei loro vestiti; manoscritti che ancora oggi esistono custoditi in alcune biblioteche universitarie europee e che volendo sono consultabili. Questi manoscritti furono ricercati e osteggiati, perché considerati da una parte testi pericolosi, per chi intendeva contrastare la Riforma, e dall’altra illuminanti per tanti riformatori europei e per il movimento di documentazione valdese sorto nel XVI secolo».

Perché erano così importanti questi manoscritti? Fortunatamente, ancora oggi custoditi e preservati nel tempo.

«Proprio perché i primi riformatori cercavano ovunque prove dell’esistenza di una chiesa alternativa a quella di Roma che fosse sorta prima della Riforma protestante. Quella valdese appunto. Intorno a questi manoscritti sono poi sorti miti e leggende. Una di queste riteneva addirittura che i valdesi fossero discendenti diretti degli apostoli di Gesù sostenendo che l’apostolo Paolo, in occasione del suo viaggio in Spagna, fece una tappa ad Angrogna, e in altre località delle “valli valdesi” del Piemonte, nelle Alpi Cozie, per portare l’evangelo.

Miti e leggende a parte, c’è invece un’ampia documentazione storiografica sull’esistenza di movimenti alternativi alla chiesa romana prima della nascita della Riforma protestante innescata dal monaco agostiniano Martin Lutero in Germania nel 1517: catari e valdesi, ad esempio».

Dunque, ne è nato un romanzo storico?

«Direi un “pretesto”, per ambientare ai giorni nostri una storia molto intricata dove una ricercatrice dell’Università di Torino rimane coinvolta in alcune intricate vicende legate al suo lavoro di studio, dedicato ai manoscritti valdesi. La storia la vede coinvolta in una serie di “incidenti” che lei crede causati proprio da quelle antiche storie contenute nei testi. In realtà scoprirà, banalmente, che le cause dei suoi “mali” dipendono da ben altro. Alcuni flashback del libro riportano i contenuti interessanti e originali dei manoscritti che la ricercatrice racconta alla polizia, agli investigatori ed amici. Dunque, i salti temporali tra il passato e l’attualità ci portano dentro la storia della comunità protestante valdese. Un romanzo che si dipana tra personaggi loschi e perversi e la normalità della vita quotidiana».

Torino è la città scelta per il racconto?

«No, è la città dove la ricercatrice vive. In realtà il libro è ambientato a Ginevra, Heidelberg, Cambridge, Lione, tutti luoghi dove i codici sono circolati in passato e ora sono custoditi. Un romanzo, potremmo dire, europeo. Un’Europa fatta da persone normali, casalinghe, giornalisti, figli e figlie vivaci, genitori impreparati, dove l’amore segue il suo percorso. Tipiche vicende metropolitane».

Non è la prima volta che lei utilizza la comunità valdese nei suoi libri e romanzi? Cosa c’è di tanto interessante in questa così piccola minoranza?

«I valdesi sono interessanti perché stimolano la fantasia di chi è curioso. Le comunità valdesi hanno conservato la loro identità spirituale e teologica. Ma la vera forza credo risieda nelle loro aperture culturali e sociali, che spesso sono addirittura innovative».

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