«Nessun uomo è un’isola, completo in se stesso, ogni uomo è parte della terra, una parte del tutto»: questi celebri versi, che riportano alla mente Ernest Hemingway, sono stati composti molti anni prima da un poeta, predicatore e uomo di fede dalla rara sensibilità, John Donne. Egli decise di dedicare tempo a meditare e a raccontare il tema della sofferenza umana e della morte, della natura e dell’intimo umano e lo ha fatto in modo ineguagliabile. Non a caso, proprio le parole di questo poeta sono state scelte a fare da filo rosso nel film Wit-La forza della mente, racconto della storia di una vita, della fragilità e umanità di una donna di nome Vivian Bearing. Questo film è stato proposto durante il corso di Clinical pastoral education (Cpe) per avvicinare al tema della malattia e della morte dal pastore Sergio Manna, supervisore del corso presso l’Ospedale evangelico internazionale di Genova-Voltri, dal 4 settembre al 1 ottobre 2016. La visione di questo film ha rappresentato un intenso momento di riflessione per i/le cinque studenti che quest’anno vi hanno partecipato, particolarmente per la capacità di interrogare la parte più intima di coloro che nella fede sono chiamati/e alla relazione d’aiuto.

Costoro sperimentano e testimoniano la fede in Gesù Cristo vincitore su dolore e morte dovendo fare i conti con una realtà dove morte e dolore caratterizzano, comunque, il vivere umano. Il corso è stato certamente un tempo faticoso, benedetto dal Signore, un mese intenso nel quale coloro che si avviano al ministero pastorale hanno la possibilità e, diremmo anche il dovere, di riflettere approfonditamente e indagare la dimensione dell’incontro pastorale e formarsi all’accompagnamento e all’ascolto, anche in quelle situazioni particolarmente segnate dalla sofferenza. Questo immergersi è strutturato in un percorso che si sviluppa attraverso un insieme di attività, quali tirocinio nei reparti ospedalieri, testi, elaborazioni scritte e analisi di queste (in particolare con la produzione di verbatim), partecipazioni a momenti didattici e partecipazione attiva alle dinamiche di gruppo, il tutto con l’accompagnamento e la supervisione offerta con competenza e sensibilità dal pastore Manna.

Il corso di pastorale clinica è una formazione unica nel suo genere nelle nostre chiese. Questo corso non si prefigge tanto di fornire degli strumenti ma di cambiare profondamente l’approccio di costui o costei che si dedica all’incontro e all’ascolto dell’altro e dell’altra. Questo cambiamento avviene e si rende visibile ogni volta che si decide di mettersi in gioco e di immergersi in un mese intenso di riflessione su di sé, dove lasciarsi interrogare dalla storia di vita della persona di cui si incrocia lo sguardo. Un tempo prezioso, insomma, per chi sceglie di servire le nostre chiese, un tempo unico per imparare le strade e i significati della consolazione.

I cinque studenti di quest’anno – Ilenya Goss e Francesco Marfè candidati al ministero pastorale nella chiesa valdese; Ioana Ghilvaciu e Luca Reina, pastori in prova presso l’Unione battista e Francesca Litigio, studentessa battista in Teologia, attualmente segretaria della Fgei – hanno potuto condividere questo tempo di formazione e crescita non solo professionale ma anche personale.

Ogni giornata è iniziata celebrando il culto insieme e all’ascolto della Parola di Dio. La predicazione e la conduzione del culto hanno visto alternarsi studenti e supervisore, potendo beneficiare già in questa fase delle specificità di ciascuno e ciascuna.

Nella prima metà della mattina, i e le tirocinanti si sono dedicati alle visite nei reparti: ad ogni reparto è stato assegnato uno di loro. Le visite ai malati segnano sicuramente un momento fondamentale nel quale potersi mettere alla prova e sperimentare, mettendo in pratica quanto appreso durante il corso, esercitando l’ascolto empatico. Uno dei maggiori insegnamenti è di non sottovalutare l’effettivo aiuto che questa pratica può donare a coloro che vengono incontrati. Esserci in carne e ossa, non sottrarsi ad entrare in empatia con le emozioni dell’altro o dell’altra può permettere allo Spirito Santo di trovare uno spazio di azione; bisogna essere consapevoli della potenza di questa presenza.

Nella seconda parte della mattinata e nella prima parte del pomeriggio, il tempo è stato dedicato a parti propriamente didattiche o ai lavori di gruppo. Una metà della didattica ha riguardato temi specificamente di pastorale, come ad esempio «l’ascolto come fondamento della cura pastorale», «la diagnosi pastorale», «la cura pastorale dei morenti» ed altri temi simili. Accanto a questi sono stati proposti momenti dove è stato il personale medico a fare da docente: sono stati affrontati ad esempio il tema delle dipendenze e tossicodipendenze, del ricovero sociale e delle sue problematiche, della procreazione assistita e relative questioni bioetiche. Orientativamente, a conclusione della giornata è stato collocato un secondo momento dedicato alle visite ai malati, ai ricoverati o a persone in day hospital, ai parenti e talvolta al personale.

Come spesso accade, il tempo del riposo serale è diventato un ulteriore momento formativo per l’occasione di confronto spontaneo tra studenti che, oltre a condividere il proprio tempo e le proprie idee, hanno potuto condividere le proprie storie, i propri timori, le proprie speranze. Timori e speranze, storie di vita e di dolore umano, storie di nascita e di vite che trovano nuovi significati e possibilità di guarigione: questo mese è stato un percorso intenso, che ha portato alla consapevolezza concreta che nessun essere umano è un’isola, nessuno trova in se stesso completezza.

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