Pastori sposati

Rubrica «Parliamone insieme», a cura del pastore Luca Baratto, andata in onda domenica 25 settembre durante il «Culto evangelico», la trasmissione di Radiouno a cura della Fcei

Questa settimana ho ricevuto in redazione la telefonata di un ascoltatore che mi ha chiesto di chiarire le ragioni per cui i protestanti hanno abolito il celibato ecclesiastico, permettendo ai loro pastori di sposarsi e di avere una famiglia. Si tratta di un argomento che abbiamo già trattato in questa rubrica e che, effettivamente, riguarda una delle differenze tra il protestantesimo e il cattolicesimo. Nel passato questa questione ha infatti alimentato ampiamente la polemica tra le confessioni. Oggi, credo si possa parlare di questo argomento con più pacatezza.

La prima ragione per cui la Riforma rifiutò l’obbligo del celibato ecclesiastico è che questa pratica non trova fondamento nella testimonianza delle Sacre Scritture. Nella Bibbia si parla di sacerdoti con mogli e figli; si dice che gli apostoli erano sposati, e si consiglia ai vescovi, per la loro reputazione, di essere mariti di un’unica moglie. Certo, c’è anche l’apostolo Paolo che dice che chi si sposa fa bene, ma chi non si sposa fa meglio. Quella di rimanere celibi o nubili è sicuramente una scelta legittima, ma appunto è una libera scelta del singolo e non un’imposizione.

C'è poi un’altra ragione che ha spinto i Riformatori ad ammettere il matrimonio dei pastori: una diversa valutazione del mondo secolare. La vocazione cristiana, secondo il protestantesimo, può essere vissuta soltanto nel mondo secolare: non esistono né luoghi appartati come i monasteri, né condizioni particolari come il sacerdozio, nei quali vivere una fedeltà maggiore di quella che ti consente la vita di tutti i giorni. Per questo la Riforma chiuse i primi e abolì, con l’idea del sacerdozio universale, la distinzione tra clero e laicato. Un pastore si distingue dai membri di chiesa per i doni ricevuti dal Signore, per la preparazione teologica che ha, ma è un laico come tutti gli altri che è chiamato a esprimere la sua vocazione nella vita di tutti i giorni, condividendo con i suoi fratelli e le sue sorelle in fede quei doni che il Signore elargisce: tra questi, anche il matrimonio, con le responsabilità che esso comporta.

Nella concezione evangelica, dunque, il matrimonio non è un ostacolo al ministero nella chiesa: né l’essere celibe né l’essere sposata fa di una persona un migliore o peggiore ministro di culto. L’avere dei pastori sposati porta certamente con sé una serie di problemi, ma, in positivo, può contribuire a radicare maggiormente la predicazione nell’esperienza quotidiana; a comprendere la sessualità in modo più positivo tanto da non precluderla a chi si occupa per professione delle cose di Dio; a seguire i cambiamenti della società e l’evolversi, in essa e nella chiesa, dei diritti di uomini e donne, tanto che oggi non ci sono solo i pastori e le loro mogli, ma anche le pastore con i loro mariti.

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