Il boom del filo spinato

Razzismo e intolleranza fanno crescere il fatturato di chi costruisce barriere: spesso a spese dell’Unione europea, sempre sulla pelle dei più vulnerabili

Odio, guerre, razzismo e intolleranza non producono soltanto catastrofi umanitarie ma, come ben sappiamo, ottimi profitti. Non bastava quello delle armi: ora c’è un nuovo business che frutta affari d’oro sulla pelle – letteralmente – dei più vulnerabili. Stiamo parlando delle aziende che producono filo spinato, articolo sempre più richiesto con l’escalation dei “muri” per proteggere le frontiere dall’“invasione” dei migranti.

In particolare, come riporta il Fatto Quotidiano, la European Security Fencing (Esf), del Gruppo Mora Salazar (nato nel 1975), con sede a Malaga, che fornisce fili di lamine in acciaio, le cosiddette concertinas, a ben venti paesi, europei e non. Capaci di fabbricare 10 chilometri al giorno, propongono ogni tipo di rete metallica, da fili spinati a lamina, recinzioni elettrificate, dispiegamento di barriere e dissuasori anti-arrampicata. Una caratteristica, quest’ultima, che deve aver convinto il premier ungherese Viktor Orban, primo committente della Esf con 176 km di recinzioni ai confini con la Serbia, ma buoni clienti della Esf sono anche Grecia, Macedonia, Polonia, Romania, Turchia.

Senza dimenticare i precursori, Ceuta e Melilla, enclaves spagnole in Marocco completamente “blindate” da muri di filo spinato, che tuttavia non sono sempre riusciti a contenere i tentativi di ingresso in Europa, e sicuramente non hanno evitato le vittime. Costati 30 milioni di euro, sono state in parte finanziate a livello europeo, sono lunghi 8,2 chilometri a Ceuta e 12 a Melilla e alti fino a sette metri, sorvegliati da telecamere e sensori di controllo acustici e visivi. Il modello dentato scelto è il “22”, classificato per livelli di sicurezza “medio alti”, il che significa che vanta lame di 22 millimetri di lunghezza per 15 di larghezza, dichiarate pericolose per le persone da diverse ong, compresa l’agenzia Onu per i rifugiati. Non a caso, nel 2009 un migrante morì dissanguato sulla barriera, proprio a causa delle lame. Motivazione sufficiente per evitarle? Sembra di no, se proprio il “modello 22” è stato scelto da Orban per il “suo” muro protettivo.

Altro steccato innalzato per difendere le frontiere esterne dell'Unione europea è quello iniziato nel 2012 tra la città greca Nea Vyssa e la turca Edirne, come riferisce il Redattore Sociale: 12 chilometri di recinzioni al costo di 3 milioni di euro, nel tentativo di fermare il flusso di migranti, soprattutto siriani e iracheni, in arrivo dal Medio Oriente attraverso il fiume Evros. Altri confini delimitati dal fino spinato sono quelli fra Bulgaria e Turchia (il progetto definitivo prevede un muro di 160 chilometri), il già citato confine fra Serbia e Ungheria (una rete metallica di filo spinato e lame alta circa 3,5 metri e lunga 175 chilometri), che ha già ridotto drasticamente il passaggio dei migranti; il governo di Budapest, non contento, ha ribadito il suo fermo “no” a qualunque ingresso con la costruzione di una nuova barriera al confine con la Croazia. Un altro confine interno è quello di Calais, dove Francia e Inghilterra di buon accordo hanno finanziato con 15 milioni di euro una palizzata che rinforzi la sicurezza dell'imbocco del Canale sotto la Manica.

Immagine: publicdomainpictures.net

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