La scuola di oggi amplia, e non riduce, il divario sociale

Occorre porre al centro i primi anni, gli istituti tecnici, i figli degli immigrati

Le scuole hanno da poco chiuso i battenti per le vacanze estive e migliaia di insegnanti sono impegnati come esaminati o come esaminatori nell’ennesimo concorso che dovrebbe risolvere l’endemica questione del precariato nella scuola. Ma già sappiamo che anche questa volta non succederà, tanto lunga e accidentata resta la strada di chi vuole intraprendere il difficile mestiere dell’insegnante. Intanto i guai della scuola italiana restano.

Il più grave di tutti resta quello della bassa scolarità. Siamo il paese europeo che non riesce a ridurre come sarebbe necessario la dispersione scolastica: il 15% dei giovani non riesce ad arrivare al diploma o a una qualifica professionale. Siamo anche il paese in cui solo il 23% dei giovani dai 24 ai 35 anni è laureato. E ciò che è più grave, e spesso sottaciuto, è che a decidere del livello di istruzione delle giovani generazioni è ancora e sempre l’origine sociale. Nel grande disegno della modernità la scuola avrebbe dovuto diventare l’istituzione sociale che, sostituendosi ai legami familiari, avrebbe consentito ai meritevoli di occupare le posizioni sociali più ambite. Non destini di servi e di signori già scritti al momento della nascita, ma eguaglianza di opportunità per tutti per conquistare attraverso la scuola le posizioni sociali più ambite.

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Il cammino è stato lungo dai tempi in cui, già in piena modernità, anche solo l’imparare a leggere o scrivere era privilegio di pochi, fino alla situazione attuale, in cui le porte della scuola sono – per dettato costituzionale – aperte a tutti. Ma un limite sembra essere stato raggiunto. La scuola è rimasta un’arena in cui le classi sociali competono per l’acquisizione di credenziali educative che sono tanto più pregiate, quanto più sono scarse. E mentre ci interroghiamo su come fare per garantire a tutti, compresi i figli degli immigrati, quel livello di alfabetizzazione funzionale che oggi è rappresentato dal diploma di secondaria superiore, non solo i figli delle classi superiori arrivano alla laurea magistrale, al master o al dottorato di ricerca ma molti di loro sono stati mandati a studiare all’estero, come fanno da sempre le classi dominanti dei paesi sottosviluppati.

L’hanno detto e scritto in tanti, ma conviene ricordarlo: la meritocrazia non è stata soltanto una promessa mancata della modernità. È stata anche un sottile veleno che ha funzionato nell’infondere motivazione e impegno nelle generazioni che hanno vissuto le fasi di crescita e di espansione del capitalismo e che ora sta diventando un generatore di ansia e di frustrazione. Quando diciamo ai giovani che devono imparare a costruirsi pezzo a pezzo il proprio futuro, in autonomia e libertà, omettiamo di dire loro che alcuni giochi sono già stati fatti e altri se ne faranno alle spalle di chi non vedrà onorate le promesse che la scuola fa: «studia e troverai un buon lavoro, studia e potrai costruirti una vita degna, studia».

Comincia così quella colpevolizzazione delle vittime che nella scuola non ha come destinatari soltanto i ragazzi che non vedranno onorate le promesse fatte loro, ma anche gli insegnanti sempre più sovraccaricati di aspettative e sempre più lasciati senza risorse materiali e organizzative per realizzarle. Anche a loro manca spesso di sapere che i miti dell’eccellenza e della meritocrazia nascondono un inganno: se ti capita la scuola e la classe giusta, sarai riconosciuto come un buon insegnante che ha portato all’eccellenza i suoi allievi. Se ti verrà affidata una classe numerosa di ragazzi che vivono quotidianamente situazioni di disagio economico, sociale e culturale e avrai gli stessi strumenti che sono stati dati al tuo collega, non sarai un buon insegnante e i tuoi allievi non vinceranno le olimpiadi di matematica.

Quattro riforme della scuola in quindici anni non hanno scalfito per nulla i meccanismi che riproducono le diseguaglianze nella scuola. Sull’onda di una vague neoliberista e neoautoritaria ci si è affidati al preside manager invece che alla comunità educativa degli insegnanti. Si è pensato di poter migliorare la qualità dell’insegnamento utilizzando poveri strumenti di valutazione e di incentivazione individuale messi nella mani di giudici incompetenti. Si è delegato il rapporto con il mondo del lavoro a poche ore di tirocinio. Sempre con risorse troppo scarse. E senza una strategia orientata a ridurre le diseguaglianze e ad aumentare, per questa via, il livello di istruzione delle nuove generazioni.

Eppure, in un mondo avviato alla stagnazione e al declino, con una popolazione che continua a invecchiare senza rinnovarsi, non c’è solo un principio di giustizia sociale che ancora aspetta di inverarsi ma ci sono generazioni di giovani la cui intelligenza, la cui speranza di futuro, la cui capacità creativa non possono più andare sprecate nella ripetizione di un rito di riproduzione dell’esistente. Una politica per la scuola che volesse rispondere a questa speranza di futuro dovrebbe investire moltissimo sui più piccoli, su quei primi anni di scuola in cui si possono porre le premesse di futuri abbandoni scolastici e di scelte al ribasso per la propria vita futura. Dovrebbe occuparsi moltissimo delle scuole tecniche, in cui si concentra la maggior parte dei giovani che arrivano alla secondaria superiore e che hanno perso quell’identità che le ha storicamente poste al centro dello sviluppo industriale. Nella società di domani serviranno tecnici con un livello di scolarità forse un po’ più alto di quello dei diplomati di oggi e una formazione culturale che li renda capaci di trovare soluzioni innovative ai problemi difficili che dovranno fronteggiare. E ancora, moltissima attenzione dovrebbe essere rivolta ai figli dell’immigrazione che, di generazione in generazione, vivono su un confine mobile tra integrazione ed emarginazione, un confine che si sposta in funzione delle opportunità che vengono loro offerte e del modo in cui le loro speranze di futuro vengono accolte. Guardare la scuola anche dal punto di vista degli ultimi arrivati è un buon esercizio per capire come funziona e come potrebbe/dovrebbe funzionare.

Foto: By ajari from Japan - Heiwa elementary school %u5E73%u548C%u5C0F%u5B66%u6821 _16, CC BY 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=9482873