Rifugiati e migranti. L’Italia è sola?

«Siamo di fronte ad un aumento di arrivi; questo flusso si può tranquillamente gestire». Intervista a Paolo Naso, coordinatore del progetto Mh della Fcei

Una tragedia che aumenta giorno dopo giorno: settecento vittime negli ultimi tre naufragi – quaranta dei quali bambini – e dodicimila migranti approdati in una sola settimana. L’Italia è sola?
«Siamo di fronte al picco acuto di una crisi del tutto prevedibile, eravamo certi che sarebbero aumentati i flussi con l’arrivo della bella stagione. Ciò affermato non intendo iscrivermi nel partito di chi denuncia “l’esodo biblico”, perché così non è. Certamente siamo di fronte a numeri importanti e che l’Unione Europea, con uno sforzo congiunto e solidale, può tranquillamente affrontare. Se il flusso costante fosse quello attuale, entro la fine dell’anno, potremmo contare circa duecento/duecentoventimila persone che approdano sulle nostre coste a fronte dei centosettantamila riscontrati negli scorsi anni. Possiamo affermare dunque che vi è un aumento di arrivi; tuttavia con una più efficace politica di accoglienza e con una condivisa distribuzione di oneri a livello europeo, questo flusso lo si può tranquillamente gestire».

Pochi giorni fa il presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), pastore Luca Maria Negro, di ritorno dai centri di Lampedusa e Scicli dove opera il progetto Mediterranean Hope (Mh), ha ricordato che i fatti e i dati di questi giorni confermano che la rotta del Mediterraneo resta centrale. I corridoi potrebbero essere un’alternativa ai viaggi della speranza?
«La punta di diamante dell’intero progetto Mh sono proprio i corridoi umanitari promossi dalla Fcei, in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio e la Tavola valdese. La politica di accoglienza in Italia ha fatto significativi passi in avanti. Ricorderete che, solo qualche anno fa, si parlava esclusivamente di Cara e di Cie, ossia il tema dei rifugiati e richiedenti asilo, migranti, veniva declinato nel respingimento. Oggi grazie al sistema Sprar – dunque i centri di accoglienza per richiedenti asilo gestiti spesso in collaborazione con organizzazioni non governative, alcune delle quali anche di matrice religiosa e dove il mondo evangelico è molto impegnato – si può parlare di accoglienza. Il punto di forza dei nostri corridoi non è tanto quello dell’accoglienza, che ovviamente operiamo insieme ad altre organizzazioni competenti, bensì la proposta nata da una intuizione della Fcei, quella di adottare uno strumento giuridico, ossia l’articolo 25 del Regolamento che istituisce il Codice comunitario dei visti dello spazio Schengen, e che consente ad uno Stato di poter rilasciare dei visti di natura umanitaria con validità territoriale limitata. L’idea dunque di poter organizzare flussi per persone in condizione di particolare vulnerabilità con sicurezza, tanto per i migranti che per la società accogliente. In virtù di questo accordo, sottoscritto d’intesa con i ministeri degli Esteri e dell’Interno, sono giunte in Italia oltre duecento persone; tra qualche giorno è previsto l’imminente arrivo di altre settanta che giungeranno con un regolare volo di linea dal corridoio che abbiamo aperto in Libano. Prossimamente apriremo un corridoio in Marocco dove la tipologia migrante è significativamente diversa: rifugiati etiopi, eritrei, del Sud Sudan e Somalia. La proposta dei Corridoi umanitari è nata nell’ambito delle società civile, dalla Federazione delle chiese evangeliche e dalla Comunità di sant’Egidio, e oggi è arrivata ufficialmente all’attenzione dell’agenda europea. La proposta dei Corridoi è stata inserita nel rapporto che l’onorevole Cécile Kyenge ha redatto per il Parlamento Europeo, che definisce l’agenda del Parlamento sulle migrazioni e che è stato approvato lo scorso 12 aprile. Il nostro impegno è trasformare questa buona pratica con numeri ancora esigui, parliamo di mille arrivi, in una politica che deve essere messa in rete a livello europeo. Un grande sostegno in questo senso ci sta arrivando anche dalle nostre chiese sorelle all’estero, particolarmente quelle tedesche».

Eppure L’Europa sembra muoversi in modo diametralmente opposto. Chiusure, muri, barriere, respingimenti.
«Quando si parla di Europa è sempre bene specificare di cosa si sta parlando. Se parliamo di singoli Stati è chiaro che il vento della politica soffia a favore di molti partiti xenofobi di destra che intendono alzare muri e barriere. Dall’Austria, malgrado il risultato elettorale rincuorante, sino alla civile Olanda possiamo vedere che le ragioni e gli argomenti di molti partiti populisti, contrari agli immigrati, sono quelli prevalenti nel dibattito pubblico. Riemerge l’antico mito del capro espiatorio, direi del migrante espiatorio. Di chi è oggi la colpa della crisi, del degrado urbano, della violenza di genere? Dei migranti. Questo argomento con facilità sta attraversando le agende politiche di molti Stati. Fortunatamente l’Europa è governata da istituzioni, sovrastrutture talvolta farraginose e burocratiche, ma che si muovono con moderazione e con misure di accoglienza. Anche il commissario per i diritti umani del Consiglio d’Europa Nils Muizniek ha dato giudizi positivi e rassicuranti sui nostri corridoi umanitari. Oltre a queste conferme istituzionali, stanno arrivando adesioni importanti al progetto sia da parte di una larga fetta della società civile e politica europea. L’Italia, seppur con le sue incertezze a ambiguità, sta tracciando una linea importante sul tema delle migrazioni che va in netta contrapposizione con molte linee populistiche, demagogiche e xenofobe visibili in alcuni Stati Europei».

Eppure oggi emerge una certa solitudine dell’Italia, chiamata a gestire da sola i flussi migratori. E' così?
«Questo è il punto di debolezza, ma anche il punto di forza della posizione italiana. Debolezza in quanto l’Italia è evidentemente sotto pressione. Insieme al presidente della Fcei a Lampedusa abbiamo incontrato il capitano della Guardia costiera che ci ha illustrato le condizioni di estrema difficoltà e stress psicologico ai quali sono sottoposti nelle operazioni di soccorso: cadaveri, bambini ustionati, donne incinte, molte delle quali a seguito di stupri. Una fotografia della vita che ogni giorno si propone anche al molo Favarolo che accoglie l’arrivo di persone disperate e nel quale lavorano anche i nostri operatori di Mh da due anni e mezzo. Tutta questa mole di lavoro, tra le difficoltà, è certamente una debolezza per l’Italia. Dall’altra invece, la forza dell’Italia è quella narrativa. L’Italia può autorevolmente raccontare le migrazioni con competenza, parlare di gestione dei flussi migratori proprio perché si trova in prima linea; avendo contezza diretta di ciò che accade, di come cambiano i flussi, dunque autorevolezza nel dibattito pubblico ed europeo. Il Governo italiano si sta muovendo con proposte concrete: una politica di gestione dei flussi, la volontà di stabilizzare le situazioni nei territori di partenza garantendo la tutela dei diritti umani. Queste politiche prevedono dei costi e bisognerà “mettere mano al portafoglio”. Sappiamo anche che il nostro paese ha bisogno dei migranti, così dice anche la nostra “piramide demografica”, perché il migrante stabilizzato produce ricchezza; molti dati dicono anche che per superare la crisi che ci attanaglia è fondamentale il prodotto interno lordo di coloro che si sono stabiliti in Italia. Queste verità appaiono scomode, addirittura provocatorie. A partire da questi dati, pratici e razionali, possiamo ricostruire un discorso pubblico sulle migrazioni, sostenibile, democratico e in linea con gli standard giuridici dell’Unione Europea».

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