Lutero, gli ebrei e il giubileo della Riforma

Nell’ambito dell’Amicizia ebraico-cristiana una riflessione molto partecipata al tempio valdese di Torino su «Lutero e gli ebrei». L’intervista al promotore, il pastore valdese di Torino, Paolo Ribet

A pochi giorni dalla presentazione al Salone del libro di Torino di «Gli ebrei di Lutero» di Kauffmann (Claudiana editrice), perché avete sentito il bisogno di riproporre un incontro proprio su «Lutero e gli ebrei»?
«Effettivamente al Salone del Internazionale del libro di Torino era stato presentato il volume edito dalla Claudiana di Thomas Kaufmann «Gli ebrei di Lutero» con presenze e riflessioni importanti come quella di Adriano Prosperi; la nostra, in realtà, era un’iniziativa già messa in calendario da tempo e rientrava nell’ambito di una serie di incontri dell’Amicizia ebraico-cristiana. A questo punto il nostro timore era che il tema potesse risultare meno interessante, invece ha stupito la grande affluenza di pubblico, cento persone tra esponenti della comunità ebraica, di quella protestante e agnostica».

Perché, secondo lei, il pensiero e gli scritti di Lutero sugli ebrei godono oggi di un rinnovato interesse?
«Da un lato perché nel 2017 verrà celebrata nel mondo la ricorrenza dei Cinquecento anni della Riforma protestante, iniziata appunto nel 1517. Argomento di interesse anche per le comunità ebraiche e quelle cattoliche. In molti si stanno muovendo per arrivare al 2017 preparati grazie a incontri, dibattiti, testi e riflessioni prodotti sul tema. Dall’altra perché credo ci sia molta curiosità di sapere come i protestanti, i “seguaci di Lutero”, oggi, trattino un fatto così spinoso, delicato, ossia l’atteggiamento e gli scritti che il riformatore tedesco ha formulato nei confronti degli ebrei».

Dunque, come affronta un protestante, per usare le sue parole, un tema così spinoso?
«Leggendo la storia nel contesto dell’epoca, analizzandone i lasciti che la figura di Lutero ha saputo offrire al cristianesimo Occidentale; con la consapevolezza, e con la coscienza, però, di vederne anche tutti i limiti. Limiti che non possiamo assolutamente né condividere né tantomeno giustificare. Gli scritti del riformatore, esaltati o incriminati, sono importanti per comprendere quanto il pensiero di Lutero si sia nel tempo trasformato, modificato e particolarmente, su questo tema, in vent’anni di sua attività editoriale. Lutero non ha scritto solamente alcuni testi, ha prodotto una biblioteca intera, in una produzione così vasta, è possibile trovare davvero di tutto. Noi, troppo spesso, prendiamo come riferimento il suo ultimo scritto del 1543: Degli ebrei e delle loro menzogne. Di quel testo, poi, si tende a riprendere la parte conclusiva, quella che nell’antisemitismo tedesco, ma non solamente tedesco, anche i nazisti hanno – purtroppo insieme alla Chiesa evangelica tedesca trascinata da quell’onda di follia – voluto strumentalizzare per dare una patente e un atteggiamento teologico al loro antisemitismo viscerale».

Lutero ha influenzato nel bene e nel male il corso della storia?
«Lutero era un uomo del suo tempo che ha aperto le porte alla modernità, ma era profondamente ancorato al pensiero medioevale. Tuttavia, va detto che nella sua carriera di riformatore, nel 1523, scrisse un altro testo fondamentale che ebbe notevole successo e nel quale dichiarava espressamente che Gesù era nato ebreo e dove, nella riflessione biblica, proponeva l’idea che l’Antico Testamento, per citare la sua espressione, era «la mangiatoia dove giaceva Gesù». E dunque, l’Antico Testamento doveva essere letto nella prospettiva di Gesù Cristo. Un pensiero, quest’ultimo, che rimarrà per Lutero fondamentale per tutta la vita e che difenderà con estrema convinzione. In un certo senso Lutero ha scritto questo libro per convincere gli ebrei della loro fede e, attraverso questa lettura, affinché loro potessero comprendere quale fosse la fede dei loro padri, ovviamente per invitarli ad una conversione».

Insomma, il pensiero di Lutero rientrava in un clima e un atteggiamento europeo condiviso?
«Lutero non diceva niente di nuovo. Quando nel 1543 scrisse il suo violento testo esprimeva concetti già espressi in sue opere precedenti e poi intendeva rispondere ad alcuni testi usciti in ambito ebraico. Certamente il clima europeo, in linea di massima, era molto ostile nei confronti degli ebrei. Nell’ultima parte del libro però possiamo dire che il riformatore si scatena utilizzando un linguaggio violentissimo di dichiarazioni inaudite come: bisogna bruciare le sinagoghe, bruciare i libri ebraici, vietare l’insegnamento ai rabbini, mettere i giovani ebrei ai lavori forzati. Dunque invettive durissime. Fortunatamente, possiamo dire, questo libro non ebbe grande successo e non fu mai seguito. Continuarono invece, in tutta Europa, le politiche vessatorie verso gli ebrei ai quali erano garantiti privilegi solo previo pagamento, un guadagno facile che sovrani consideravano entrate importanti».

Dunque cosa si può dire oggi di Lutero ammesse le sue colpe?
«In vista delle celebrazioni del 2017 credo che nessuno voglia “santificare” la figura di Lutero, bensì, leggerlo, rileggerlo e celebrarlo ricordandone le luci e le ombre. In questo particolare momento – questa è la cosa alla quale ho voluto dare risalto nel mio intervento, lunedì scorso – dovremmo partire proprio dalle considerazioni fatte con lucidità, questo è il giusto modo per affrontare il percorso comune di dialogo con le amiche comunità ebraiche. Possiamo farlo costruendo insieme una lettura biblica che ci possa accomunare e sorprendere proprio grazie alla potenza e la libertà della Parola di Dio. Dialogare non vuol semplicemente ribadire cosa siamo in grado di fare nella nostra quotidianità; dialogare vuol dire porsi, nudi, di fronte alla Parola. Questo è l’unico modo serio per ricordare e celebrare insieme la Riforma protestante: riformarci e proporre una visione riformatrice della fede anche a tutti i nostri interlocutori». 

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