Il Migration compact non offre soluzioni alla crisi dei migranti

La proposta inoltrata il 15 aprile ai vertici europei da parte del governo italiano prova a ripartire dall'accordo tra i Paesi dell’Unione europea e la Turchia, stipulato a marzo, per rivolgersi agli Stati nordafricani, ma non affronta i temi più delicati del sistema di accoglienza europeo

Alla fine della scorsa settimana il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha presentato ai vertici dell’Unione europea una proposta mirata, nelle intenzioni, a modificare l’attuale inefficace modello di gestione delle migrazioni umane in Europa. Il documento, chiamato Migration compact, sulla falsariga degli accordi fiscali degli ultimi anni, ha come strategia dichiarata quella di ridisegnare le politiche europee per quanto riguarda i rapporti con i Paesi terzi, in particolare africani, dai quali, con il ritorno di condizioni metereologiche più favorevoli, hanno ripreso a crescere i flussi via mare.

Secondo il piano, l’Unione Europea dovrebbe offrire ai Paesi terzi progetti di investimento meccanismi di finanziamento che dovrebbero fare da contraltare a un maggior impegno di questi Stati nel controllo delle proprie frontiere, insieme a una cooperazione nello sviluppo di procedure per la creazione di opportunità di ingresso legali.

È interessante notare il fatto che nella lettera di accompagnamento alla proposta, il presidente del Consiglio italiano si esprima con grande favore rispetto all’accordo firmato a marzo dai paesi dell’Unione europea con la Turchia, di cui avevamo parlato con Gianfranco Schiavone, membro del consiglio direttivo di Asgi, l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione. Secondo Sergio Briguglio, esperto di diritto dello straniero e da anni attivo nel cercare di comprendere e descrivere la politica italiana e continentale nel campo delle migrazioni, «l'accordo con la Turchia è inquietante».

Quali sono gli obiettivi di questa proposta?

«Analizzando i contenuti del documento che il governo italiano ha inoltrato ai vertici dell’Unione europea, viene da pensare che l'obiettivo finale sia quello di ridurre il flusso di persone attraverso il Mediterraneo, che rappresenta un percorso indubbiamente pericoloso. In linea di principio l'idea di poter azzerare o ridurre di molto questo flusso di barconi, e di conseguenza cancellare o ridimensionare i naufragi, potrebbe avere senso, ma potrebbe averlo solo se la prospettiva data alle persone che oggi accettano di rischiare la vita mettendosi su un gommone fosse quella di un percorso alternativo, protetto.

La sensazione, invece, andando nel cuore di un linguaggio troppo ricco di acronimi, scritto da tecnici e destinato a tecnici, è che la proposta italiana in realtà preveda di chiedere ai paesi africani individuati come partner di costituire una sorta di cintura attorno all'Europa che di fatto impedisca di raggiungere l’Europa tanto alle persone bisognose di protezione quanto a quelle in cerca di un miglioramento economico».

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Partiamo dai richiedenti asilo: cosa si prevede nella proposta italiana?

«C'è molta vaghezza e nessuna forma di impegno, ma si ribadisce la possibilità del reinsediamento. In sostanza, l'Europa chiede ai Paesi partner di esaminare già sul loro territorio le situazioni delle persone, e se si scopre che ne ha diritto in linea di principio, allora la persona potrebbe essere trasferita in Europa.

Il punto è che l'Europa ha un suo sistema di diritto con regole e meccanismi di ricorso, ma quali certezze abbiamo sul fatto che, per esempio, affidando questo esame alle inesistenti autorità libiche il diritto europeo venga rispettato? La strategia è quella di chiedere ai paesi partner di “fare il lavoro sporco”, di decidere chi abbia o meno diritto alla protezione internazionale, ben sapendo che questo significa azzerare il riconoscimento dello status di rifugiato. Certo, in questo modo si ridurranno i naufragi, ma se la persona aveva deciso di fuggire da una guerra, verrà rimandata proprio nel cuore del conflitto. Ricordiamoci che stiamo parlando di persone che preferiscono correre il rischio di un naufragio piuttosto che rimanere in un luogo distrutto dalla guerra: con quale coraggio accettiamo che vengano rimandate sotto le bombe?»

Che cosa si prevede invece per coloro che vengono considerati migranti economici?

«Posso capire l'obiettivo di affermare il principio per cui si cerchi di fare in modo che se c'è una migrazione economica fluisca per vie regolari, non si mescoli al flusso di richiedenti asilo, non arrivi via mare e così via, ma viene dimenticato un aspetto determinante. L'esperienza italiana dimostra che per avere un flusso legale di immigrazione economica, cioè immigrazione per lavoro, bisogna consentire l'ingresso nel nostro Paese per cercare lavoro, cioè una possibilità di incontro diretto tra domanda e offerta. Il governo italiano non pensa minimamente a questo concetto di base, e nella sua proposta ripropone le stesse parole chiave che sono state alla base della politica italiana di immigrazione per lavoro negli ultimi vent’anni. È una politica fallimentare, perché prevede che il datore di lavoro chiami il lavoratore mentre questo si trova ancora nel suo paese.

Immaginiamo di dover assumere una badante per un familiare invalido: l'idea che si vada a pescare questo badante nel Burkina Faso senza conoscere niente né del Paese né delle persone che vorrebbero venire in Italia è folle.

In Italia il problema viene risolto all'italiana: le persone sono venute ugualmente in Italia o per turismo o mescolandosi ai flussi di richiedenti asilo e se ne hanno avuto la possibilità hanno cercato lavoro sul posto, si sono inserite, e poi sono tornate alla regolarità tramite le sanatorie, tramite un uso improprio del Decreto Flussi, cioè il governo autorizza ingressi per lavoro per l'anno prossimo, bene, le persone che sono qui a lavorare in nero perché sono riuscite a entrare per turismo e si sono fermate per lavoro, il datore di lavoro presenta la domanda di assunzione come se la persona si trovasse ancora all'estero e la posizione di fatto viene sanata con il lavoratore che esce dall'Italia e rientra.

Questa è la dimostrazione che perché si stabilisca un flusso di lavoro efficace c'è bisogno di un incontro diretto tra domanda e offerta, ma a nessun governante europeo questa idea è mai piaciuta».

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Che cosa sposterebbe dunque questa proposta rispetto alla situazione attuale?

«Per provare a capirlo immaginiamo che l'Unione europea riesca a stabilire degli accordi con una fascia di paesi del Nord Africa, dalla Libia fino al Marocco, che si impegnino ad attivare questa “cintura” di protezione.

In linea teorica, a quel punto le persone che vengono dall'Africa subsahariana o quelle che dalla Siria cercano di fuggire attraverso la Libia, verrebbero bloccate ed esaminate lì, e se trovate bisognose di protezione internazionale potrebbero entrare in una lista di persone potenzialmente da ricollocare in Europa. Tuttavia, bisogna vedere in che misura, e anche capire quali meccanismi potrebbero garantire paesi come il Marocco o la Tunisia, per non parlare della Libia».

Quale sarebbe invece lo scenario qualora la situazione delle persone venisse giudicata non compatibile con lo status di rifugiato?

«Ecco, se i richiedenti asilo venissero bollati come migranti economici dovrebbero essere rimandati indietro, verso paesi con i quali non abbiamo accordi, ma ai quali potremmo rimandare le persone perché non saremmo direttamente noi europei a occuparcene.

Oltretutto, a proposito della migrazione economica, se ancora davvero si pensa che la strada da percorrere sia quella di offrire canali legali consistenti nel fatto che il lavoratore deve aspettare nel suo paese che un datore di lavoro lo chiami dall'Europa, allora significa non avere nessun canale legale, e quindi respingere tutti i potenziali migranti economici».

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Secondo lei questa proposta avrà un seguito o verrà semplicemente letta e cestinata?

«Credo che l'obiettivo di Renzi non sia quello di aprire davvero un dibattito su questa proposta, credo anzi che la sua speranza sia che queste quattro pagine finiscano nella carta straccia e che possa lui utilizzare questo fatto in futuro dicendo “l'Italia aveva fatto delle bellissime proposte per una strategia di gestione dei flussi, e gli altri cattivi non hanno voluto seguire le nostre indicazioni”. Se così fosse sarebbe nello stile del governo italiano di questi ultimi anni».

Quale potrebbe essere una soluzione per rendere più equo il sistema di accoglienza dei profughi?

«Il problema è obiettivamente di soluzione difficile. Una soluzione seria sarebbe quella di creare un meccanismo di ripartizione automatica dei profughi, sia per quanto riguarda l'esame delle loro domande sia per l'accoglienza, fondata su criteri di tipo economico: gli stati membri più forti economicamente e a livello demografico dovrebbero accogliere una quota più ampia di rifugiati, gli stati membri più deboli o più piccoli dovrebbero prenderne una minore.

A essere onesti, la Commissione europea sta cercando da tempo di perseguire questa idea, ma trova una barriera nel Consiglio dell'Unione europea, che poi è quello che prende le decisioni. Il Consiglio è formato dai capi di governo dei vari stati membri, e per raggiungere una decisione di questo genere, che ovviamente dovrebbe prevedere anche il superamento del regolamento di Dublino, che penalizza gli stati di primo ingresso, si dovrebbe raggiungere una maggioranza doppia, pari al 55% degli Stati membri e al 55% della popolazione dell'Unione europea.

In questo momento se Italia e Grecia proponessero di arrivare a un voto su questo punto potrebbero avere come alleati Stati come la Svezia e la Germania, che assorbono una quantità di rifugiati probabilmente maggiore di quella che toccherebbe loro con l’applicazione di un criterio su base continentale. Per far passare un principio di equità bisognerebbe cercare di costruire un'alleanza forte attorno alla Germania, alla Svezia e ai pochi altri Paesi che lavorano seriamente sui rifugiati».

Foto copertina: By Mstyslav Chernov - Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=43060175

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