La fede non dice cose vuote

Un giorno una parola – commento a Isaia 29, 13

Questo popolo si avvicina a me
 con la bocca e mi onora con le labbra,
 mentre il suo cuore è lontano da me
 e il timore che ha di me
 non è altro che un comandamento imparato dagli uomini
Isaia 29, 13

Gesù disse: «Chiunque avrà fatto la volontà di Dio, mi è fratello, sorella e madre»
Marco 3, 35

È sempre più diffusa la tendenza a vivere un impegno di ispirazione cristiana rifiutando il quadro dogmatico. Ammiriamo Gesù, ma non ci importa se sia veramente figlio di Dio. Onorare Dio non con le labbra, ma con il cuore, vuol dunque dire rifiutare il credo? Rigettare le regole?

Questa tendenza reagisce a un cristianesimo che affida alle tradizioni conservate il compito di mantenere un’identità che non è più personalmente vissuta, un cristianesimo che ripete gesti e muove le labbra senza intima adesione, come certi scolari ripetono un insegnamento imparato a memoria ma non capito.

Questo non significa che le affermazioni di fede siano semplicemente da abbandonare, per poter essere onesti. Certo che onesti dobbiamo esserlo, ma la fede, se è fede, non dice cose vuote, come sale di un palazzo disabitato, che non dicono più nulla. La fede si nutre della Scrittura, vive della continua attualità degli interventi di Dio attestati nella storia di Israele e di Gesù Cristo. Quindi, quando parla, non fa che rendere conto di ciò che comprende di Dio attraverso quegli interventi, che non sono storia passata, ma azione che, grazie allo Spirito, rinnova la sua efficacia anche nel presente.

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