A un anno da Lahore

A un anno dall’ultimo attentato religioso, i cristiani della città pakistana ricordano le loro vittime. Ma la ferita è calda, e non mancano le polemiche.

Con 11 milioni di abitanti, Lahore è la seconda città del Pakistan. Capitale del Punjab pakistano – parte di una regione storicamente contesa all’India – questa città sul confine orientale è il vero centro universitario e culturale del paese. Il 94% dei suoi abitanti è di religione musulmana, ma tra il centro e la periferia di Lahore vive un 6% di cristiani, cattolici e protestanti (all’incirca 100.000 persone).

Il 15 marzo dell’anno scorso, un gruppo di estremisti pakistani appartenenti al Jamaat-ul-Ahrar – una frangia staccatasi appena un anno prima dai cosiddetti «talebani pakistani» – portò a termine un attentato «interconfessionale» nel quartiere cristiano di Youhanabad. A farne le spese furono i fedeli di due chiese dirimpettaie: la St. John, cattolica, e la Christ Church, protestante, che al momento delle esplosioni ospitavano rispettivamente 800 e 1.100 persone. I due attentati coordinati provocarono 15 morti e oltre 70 feriti.

Formalmente condannato dalle autorità locali e nazionali l’attacco a luoghi di culto cristiani non era, purtroppo, senza precedenti. Appena un anno e mezzo prima, nel settembre 2013, un commando kamikaze all'esterno della All Saints Church – la principale chiesa protestante di Peshawar, luogo simbolo del dialogo interreligioso – aveva fatto un centinaio di morti (http://www.asianews.it/notizie-it/Peshawar,-due-kamikaze-attaccano-una-chiesa-protestante:-oltre-cento-morti-e-130-feriti-29076.html). Da allora, i cristiani pakistani (il 2% della popolazione del paese) hanno ideato un sistema di sorveglianza al di fuori delle loro chiese (http://riforma.it/it/articolo/2015/07/14/pakistan-una-squadra-di-giovani-cristiani-con-la-missione-di-proteggere-armati); una precauzione che potrebbe aver ridotto il bilancio delle vittime di Lahore, ma che è a sua volta volano di tensione e di violenza: lo dimostra il fatto che due presunti attentatori vennero individuati e arsi vivi sul posto.

A un anno di distanza, i cristiani di Lahore hanno ricordato le loro vittime con preghiere e tributi. La ricorrenza cadeva ieri, ma il giorno prima l’arcivescovo di Lahore Sebastian Shah aveva già provveduto a conferire dei premi ai volontari che svolgono il servizio di sicurezza – un anno fa disarmati, oggi dotati di armi da fuoco – mentre all’esterno delle chiese venivano distribuiti opuscoli in memoria dell’«indimenticabile sacrificio».

Da parte sua, Ameer ul Azeem, segretario per l’informazione del Jamaat-e-Islami, lo storico partito islamico del Pakistan che ha proprio in Lahore una delle sue roccaforti, ha chiesto ai cristiani locali di «mostrare più tolleranza». Sembra infatti che in occasione delle cerimonie di commemorazione – durante le quali non sono mancati atti vandalici – non sia piaciuta la «preghiera politica» per i cristiani incarcerati con l’accusa di aver preso parte al linciaggio dei due presunti terroristi; una reazione certamente illegale, che sta complicando le indagini e da cui un anno fa le autorità religiose sia cattoliche che protestanti si erano dissociate.

Al di là di ogni triste ricorrenza, in Pakistan le relazioni tra maggioranza musulmana e minoranza cristiana continuano a essere estremamente tese. Se l’organizzazione armata di messe e culti risulta incomprensibile a chiunque, nel pacifico Occidente, abbia mai aperto una Bibbia, i terribili soprusi di cui i cristiani pakistani vengono fatti oggetto – si pensi alla coppia cattolica bruciata viva per blasfemia nel 2014 (http://www.asianews.it/notizie-it/Lahore,-dopo-un-anno-nessuna-giustizia-per-la-coppia-cristiana-bruciata-viva-35793.html) – venano di rancori e diffidenze la banale convivenza quotidiana. A questo tema il governo «conservatore» insediatosi nel 2013 sembra essere poco sensibile. Il primo ministro Nawaz Sharif, musulmano sunnita di simpatie wahhabite, originario proprio di Lahore, annovera nel suo curriculum una special relationship con l’Arabaia Saudita, maturata durante i dieci anni d’esilio seguiti al colpo di stato di Parvez Musharraf. Da quando è al governo, Sharif ha assecondato gli aiuti economici di Riyad: aprendo il paese a risorse, moschee, madrase, scuole coraniche, ma anche a nuove possibili infiltrazioni d’islamismo radicale. Una politica inquietante, che dal punto di vista del dialogo interreligioso porta certamente acqua al mulino del conflitto.

Giusto qualche ora fa, a Peshawar, nel nord del paese, è tornato a scorrere il sangue. Almeno 15 persone sono morte nell'esplosione di un autobus che trasportava personale del governo. Non è ancora chiara la matrice dell’attentato antigovernativo, ma Peshawar è al confine con la regione di Khyber, dove dall'ottobre 2014 l'esercito pachistano conduce un'offensiva contro i ribelli del Waziristan del Nord. Un’area tribale mai doma allo Stato (nemmeno durante il colonialismo inglese) che in anni recenti ha dato ospitalità ai talebani in fuga dall’Afghanistan. «Questo attentato così codardo non può minare la nostra lotta contro il terrorismo», ha dichiarato Nawaz Sharif. Nonostante tutto sicuro di sé.

Foto: Ali Imran - Photo taken on July 1, 2005, by Pale blue dot., CC BY-SA 2.5, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=3953226

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