Storico affascinante, cittadino esemplare, testimone dell’Evangelo

Un ricordo di Domenico Maselli, scomparso il 4 marzo

Il 4 marzo Domenico Maselli è tornato alla casa del Padre: è morto, com’era vissuto, nella pienezza della fede evangelica e nella coerente accettazione del discepolato cristiano: questo orientamento, lo aveva ricevuto da ragazzo, in una di quelle «Chiese dei Fratelli» che abbondavano nel Piemonte orientale (e in quasi tutta Italia): membro dell’Assemblea dei Fratelli era anche suo padre, valoroso partigiano nelle brigate autonome.

Nell’assemblea locale, presto tutti si resero conto che questo ragazzino, pio commentatore delle Sacre Scritture, disponeva di una intelligenza superiore: perciò lo sostennero fraternamente, ma gli consigliarono di iscriversi presto all’Università (nel caso, di Pavia): Domenico accettò, vinse un concorso per una borsa di studio al Collegio universitario «Ghislieri», e cominciò a prendere una lunga sfilza di «30» agli esami. Ma il successo non sbiadì la sua fede, anzi la stimolò: non solo studiava la Storia: trovava anche il tempo (e l’energia) per predicare l’Evangelo ai suoi compagni; così, tutta l’Università di Pavia cominciò a chiamarlo «il protestante».

Questa definizione non lo danneggiò, anche perché egli non ricorreva mai a delle polemiche ingiustificate. Dopo aver passato brillantemente l’esame di laurea, Maselli decise però di allargare e approfondire le sue qualità di storico: vinse un’altra borsa di studio, ma questa volta a Napoli, nell’«Istituto per gli studi storici» che era stato fondato da Benedetto Croce; il soggiorno a Napoli fece dunque di Maselli uno storico di altissima qualità: per rendersene conto bastava ascoltare una delle sue conferenze o leggere uno dei suoi libri.

Ma Napoli non è stata decisiva per lui solo sul piano della ricerca storica: lo fu anche sul piano spirituale e (last but not least) sul piano dell’amore. Sul piano spirituale Domenico scoprì il profondo significato e valore della spiritualità evangelica meridionale (battista, pentecostale, avventista, ecc.). Alcune comunità indipendenti (il «rione Berlingieri», Avellino, Volla, Torre del Greco) chiesero a Domenico di far loro da pastore: egli accettò, anche perché era convinto che l’evangelizzazione fosse il compito più importante che il Signore aveva affidato alle chiese protestanti d’Italia (valdesi compresi...), e che questo incarico non poteva essere trascurato. Nel frattempo però Domenico si era innamorato di una simpatica napoletana, sorella di un pastore: la sposò e per anni visse con lei proprio a Napoli, la fascinosa «Partenope».

Intanto, egli aveva ricevuto una chiamata dall’Università di Firenze: molti amici (compreso Giorgio Spini) lo esortavano ad accettare questa proposta, che rendeva possibile non solo un serio lavoro storiografico, ma anche una presenza attiva nelle pieghe di quell’evangelismo italiano che egli voleva spingere all’evangelizzazione.

Maselli accettò e i suoi corsi universitari furono uno straordinario successo: aule piene, molte tesi di laurea, ecc. Naturalmente, viaggiava molto: sempre di notte, mai con il vagone-letto, ma sempre con grande freschezza. Egli venne infatti cooptato in numerosi gruppi di lavoro evangelico: primo fra tutti, il Consiglio della federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), dove Maselli si comportò da par suo, cioè da genio e (soprattutto) da profeta.

Ho avuto il privilegio di presiedere alcuni di questi comitati, e c’è un dettaglio che ricorderò anche in punto di morte: con pochi minuti di ritardo, Maselli arrivava (da Napoli o da Lucca) scortato da qualche studente; passava mezz’ora a valutare criticamente (ma efficacemente) le tesi di laurea, ascoltava ben bene anche i nostri discorsi e poi interveniva nel dibattito: io avevo la sensazione di essere travolto (anzi: conquistato) da una ondata di spiritualità e di intelligenza. Le parole erano sempre le stesse: dialogo, evangelizzazione, ma i riferimenti erano alla storia, e alle contraddizioni della società italiana: quella società in cui Domenico, eletto deputato proprio al momento della sconfitta delle sinistre italiane (1994) conduceva (con Valdo Spini) una singolare battaglia a favore della laicità dello Stato e di una futura legge sulla libertà religiosa, che venne abilmente boicottata dai conservatori. Ciò non impedì a Domenico di impegnarsi nelle chiese come «pastore locale» a Lucca come a Napoli.

Riforma ha pubblicato il 4 marzo un articolo in cui Domenico narra appassionatamente la storia delle comunità evangeliche di Firenze; l’11 marzo (pp. 1 e 12) la redazione ha riassunto gli aspetti più importanti della vita e del lavoro di Domenico. Una vita ispirata e benedetta: voglia il Signore donare alle nostre chiese (e all’Italia tanto bisognosa di evangelizzazione) dei servitori come lui.

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