Raccontare la migrazione in Europa tra bilanci e percorsi informativi

Sui movimenti di persone in Europa nel 2015 si sviluppano pregiudizi, stereotipi e bugie difficili da smentire senza i giusti strumenti

Quando un anno arriva al termine, una delle attività più frequenti è quella di fare bilanci. Se si dovesse individuare un tema chiave a livello europeo per rappresentare il 2015, molto probabilmente sarebbe quello delle migrazioni, un fenomeno che per quanto riguarda il nostro continente ha coinvolto oltre un milione di persone, il più grande spostamento umano in Europa da almeno 25 anni a questa parte.

Raccontare la migrazione

Sotto gli occhi degli europei è cresciuta in questi dodici mesi la tragedia umana di intere popolazioni costrette ad allontanarsi dai propri luoghi di nascita o di residenza per cercare rifugio da situazioni politiche ed economiche che mettono a rischio la loro stessa esistenza. La portata del fenomeno ha anche fatto sì che il 2015 possa essere ricordato per l’aumento dell’attenzione, politica e mediatica, su profughi, migranti e richiedenti asilo, portando però con sé anche narrazioni fatte di pregiudizi, bugie ed errori di valutazione che sono difficili da contrastare senza gli strumenti adeguati.

Anche per questo, ma non solo, la Cild, Coalizione Italiana per le Libertà e i Diritti Civili, ha dato il via al progetto Open Migration, una piattaforma online attraverso la quale raccontare le migrazioni partendo dai dati. Come recita il comunicato stampa con il quale viene avviato il progetto, «le migrazioni rappresentano la storia più profonda della nostra epoca». Raccontarle facendo parlare innanzitutto i numeri, cercando di interpretarli e raccontarli in una prospettiva scientifica, è una sfida complessa ma che può dare risultati importanti, soprattutto grazie all’ampia disponibilità di dati e di possibilità di analizzarli.

I dati contro le falsità

«Partire dai numeri – racconta Patrizio Gonnella, presidente della Cild – ci consente di smontare alcune bugie, come quella dell'invasione tout court o dell’invasione musulmana, ma anche la correlazione tra immigrazione e terrorismo».

Una delle aree di indagine di Open Migration, infatti, è quella del fact checking, della verifica dei fatti e delle affermazioni, e tra le prime analisi effettuate va ricordata quella dedicata all’aumento, vero o presunto, della quota di musulmani sul totale degli immigrati in Italia, un elemento ricorrente nella narrazione del fenomeno migratorio da parte di chi contesta le politiche di accoglienza.

Secondo questa analisi, nel 1993 i musulmani in Italia erano circa 318.000, un numero di poco superiore a quello dei cattolici stranieri presenti nel nostro paese, e su un totale di circa un milione di stranieri i cittadini stranieri di fede islamica costituivano un terzo della comunità immigrata. A vent’anni di distanza, la percezione e la narrazione mediatica farebbero pensare a proporzioni completamente mutate, mentre andando a vedere i numeri ci si accorge che i musulmani continuano a rappresentare il 32% degli stranieri nel nostro paese, a fronte invece di un aumento estremamente marcato dei cristiani ortodossi, che hanno superato i cristiani cattolici romani come secondo credo maggiormente rappresentato nel nostro paese tra i cittadini di nazionalità straniera.

Bilanci parziali

Quando si parla di movimenti umani i bilanci sono sempre, necessariamente, parziali, perché riescono appena a scalfire la superficie di un fenomeno fatto di storie, vite e relazioni, e proprio per questo non si può pensare che i numeri e i dati possano raccontare tutto, anche se possono contribuire a una narrazione più corretta.

L’obiettivo di Open Migration, che come detto parte dai dati per ricostruire il fenomeno migratorio senza gli elementi stereotipati che spesso lo caratterizzano, è però più ampio, e come racconta Gonnella, «vuole spostare in avanti i livelli di tutela dei diritti umani e della dignità delle persone migranti attraverso letture, notizie, racconti, numeri, ma anche convincimenti e idee. I numeri ci dicono che siamo di fronte a un qualcosa che una democrazia avanzata e che punta a essere un esempio per il mondo deve saper gestire».

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