L’orologio del calvinista

La visione che abbiamo del tempo viene dalla Riforma

Max Engammare, studioso del mondo protestante in particolare ginevrino, ha con questo lavoro* posto un tema di riflessione all’attenzione degli studiosi, ma anche accompagnato i lettori nel visitare una ricca galleria di personaggi cinquecenteschi usando un linguaggio discorsivo, fondato però su un apparato di note impressionante. A definire il tema in termini precisi ma forse riduttivi è il sottotitolo: la puntualità o, in prospettiva più ampia, la visione che abbiamo del tempo e del suo utilizzo, può dirsi creazione della Riforma calvinista.

 L’indagine parte naturalmente da Calvino, per mettere in evidenza due aspetti della sua vicenda: il carattere metodico dato alla sua vita personale nella gestione di una massa incredibile di impegni, e l’impronta che ha contribuito a dare a Ginevra sotto questo profilo. Come il suo pastore il ginevrino, la cui giornata è scandita dal rintocco della campana di cattedrale, deve imparare a non sprecare il tempo, non prende, come è prassi, «un pezzo di messa» ma assiste alla predica dall’inizio e a scuola da Cordier lo scolaro impara a costruire la propria giornata sulla base dei suoi compiti. Il tempo vissuto alla calvinista è l’esatto contrario di quel che sogna tutto l’Umanesimo rinascimentale: il rivivere in chiave moderna l’otium latino, il disporre a piacimento del proprio tempo, godere dalla vita nel vedere scorrere i giorni; l’arte di vivere di Ronsard, di Montaigne.

Non sono però i calvinisti a inventare l’orologio e la razionalità del tempo, essi ereditavano una lettura dell’esistenza cristiana coltivata da secoli nei monasteri: qui è nata la scansione delle orae, l’uso del tempo come contenitore assoluto della vita. La differenza però è di peso: quello conventuale è il tempo religioso, sacralizzato finalizzandolo a Dio; quella ginevrina laica è la santificazione del tempo, nell’accezione biblica di «santo» come dedicato a Dio, al suo servizio nella comunità umana. Il tema è dunque molto più denso di significati del Time is money, dell’ utilitarismo di Franklin, è l’ utilizzazione in prospettiva vocazionale del tempo; non solo il tempo non va sprecato ma va utilizzato appieno; l’unica realtà di cui l’individuo disponga è in sostanza la sua giornata. La rivoluzione culturale che certo Calvino non ipotizzava è il fatto che la sirena ieri, il cartellino timbrato oggi, decidano loro della tua giornata imponendoti una razionalità altra da quella vocazionale.

Nella riflessione di Engammare si incontra però una un tema non meno interessante sotto il profilo teologico e culturale di quello della puntualità. e dell’uso corretto del proprio tempo. Anche in questa prospettiva la vita religiosa riformata sta contrapposta a quella cattolica: mentre la prima è strutturata in chiave temporale la seconda lo è in categorie spaziali. Calvino invita i fedeli a vivere l’esperienza della fede nell’ascolto della Parola, Ignazio negli esercizi spirituali suggerisce loro di trasferirsi idealmente nell’immaginario sui luoghi della passione, rivivendone le esperienze in chiave mistica.

Una teologia legata alla Parola scandisce il tempo perché corrisponde alla pienezza dei tempi biblici, si muove in prospettiva dinamica, immagina e definisce il sacro nella sua immobilità interiorizzata. Sono le chiese deserte dell’arte olandese con una figura che transita e lo spazio assoluto dell’estasi di Santa Teresa nella cappella berniniana. Nella pietà del credente riformato ha scarso rilievo la meditazione, una delle espressioni caratteristiche dell’anima religiosa, ma molto ne ha la preghiera, non dissoluzione ma collocazione razionale (culto «logico» di Romani 12) del proprio nel tempo nello Spirito.

* M. Engammare, L’ordine del tempo. L’invenzione della puntualità nel XVI secolo. Torino, Claudiana, 2015, pp. 223, euro 28,00.

Foto di jackmac34, con licenza CC0 Public Domain, by Pixabay
 

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