Mobilità del lavoro in Europa: dono o onere?

Si è svolta a Bruxelles la quinta assemblea della Church Action for Labor and Life

L’obiettivo di un mercato europeo unificato che garantisse la libera circolazione delle merci e delle persone figurava già nei trattati istitutivi dell’UE. Tuttavia, nei loro primi tre decenni di esistenza, la CEE e la CE (i predecessori dell’UE) costituirono di fatto soltanto un’unione doganale.

I mercati del lavoro erano poco permeabili a causa delle differenti normative sugli stranieri. Per l’apertura sistematica dei mercati nazionali si dovette aspettare fino al 1986, anno in cui venne concluso l’Atto unico europeo. Tra il 1986 e il 1992 i sistemi giuridici nazionali furono adeguati sulla base della normativa europea. Il 1° gennaio 1993, il mercato unico europeo divenne realtà.

Dal 15 al 19 ottobre 2015 l’UE ha celebrato i 20 anni di esistenza del mercato unico europeo che ha messo le premesse per realizzare le quattro libertà – la libera circolazione delle merci, delle persone, dei servizi e dei capitali.

La libera circolazione delle persone prevede da un lato la libera circolazione dei lavoratori, ossia il diritto di spostarsi all’interno dell’area UE/SEE per svolgere un’attività lavorativa, dall’altro la libertà di stabilimento per i lavoratori autonomi e le aziende. Sono inoltre previste disposizioni in materia di equivalenza e reciproco riconoscimento dei diplomi, dei titoli di formazione e dei titoli di abilitazione all’esercizio di un’attività professionale.

A che punto di realizzazione siamo? La mobilità oggi è effettivamente praticabile a quali condizioni per chi se ne va e per i Paesi ospitanti? E’ una opportunità o un peso da entrambe le parti?

Questo il tema della quinta Assemblea di Call (Church Action for Labor and Life) che si è svolta a Bruxelles 26­28 ottobre in collaborazione con il Ccme (la Commissione delle chiese per i migranti in Europa) e con Eurodiaconia.

Un tema scottante a prescindere dalla congiuntura dell’ondata migratoria di questi mesi dal medio Oriente: riguarda i flussi provenienti dall’Europa del Sud: ricordiamo i 300.000 che negli ultimi 5 anni hanno lasciato la Grecia e 155.000 dall’Italia solo nel 2014. Una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, elaborata su dati dell’Eurostat, rileva che dal 2008 al 2013 sono emigrati 554.727 italiani.

Il 39 per cento di chi ha lasciato il proprio paese ha un’età compresa tra i 15 e i 34 anni. La tendenza è in rapido aumento: rispetto al 2008 i giovani che hanno scelto di trasferirsi all’estero sono aumentati del 4 per cento.

Quasi tutti restano comunque all’interno dell’Unione europea. Per chi ha meno di 35 anni, la meta più frequente è diventata il Regno Unito, dove abita il 53 per cento dei giovani emigrati. Seguono Germania, Svizzera, Francia e Spagna.

Ad agosto di quest’anno, infatti, la ministra dell’Interno britannico, Theresa May diceva: «Stop agli europei - e quindi anche agli italiani - che arrivano a Londra e nel resto del Regno Unito senza un lavoro. E basta anche a tutti quei “continentali” che si trasferiscono in Gran Bretagna solamente per sfruttare il welfare fatto di assegni di disoccupazione, sanità gratuita e aiuti alle famiglie».

Un fenomeno numericamente trascurabile (circa l’1,5% della popolazione europea in media; circa il 3,5% per l’Italia), dicono a Bruxelles, se comparato con i tassi di disoccupazione e inoccupazione soprattutto giovanile nei Paesi citati: 51,8% a maggio 2015 in Grecia, il 48,6% in Spagna, il 43,1% in Croazia e il 40,5% in Italia.

Un mercato dunque, quello del lavoro, da fluidificare, come è stato fatto per gli altri mercati, a partire dalla consapevolezza che siamo in primo luogo europei e poi appartenenti ad una nazione, a prescindere dai legami con la terra, familiari e sociali. Alcuni mesi fa la Commissione europea ha lanciato una nuova piattaforma su internet rivolta ai giovani per offrire possibilità di apprendistato, formazione, volontariato e altro. L’ha chiamata ‘droppin’, il portale europeo per la mobilità del lavoro http://ec.europa.eu/eures/droppin/en .

Per facilitare questa mobilità dei lavoratori, le istituzioni garantiscono ai migranti europei gli stessi diritti e facilitazioni per trovare il lavoro di cui godono anche i cittadini dello stato in cui si trova il lavoro. Il sussidio di disoccupazione, le eventuali facilitazioni per il collocamento (come, per esempio, l'accesso a corsi di lingua pubblici), il diritto della libera residenza, il diritto di residenza dei membri di famiglia, anche se non sono cittadini europei, sono i principali aiuti che dovrebbero garantire una maggiore liberalizzazione del mercato del lavoro.

La Commissione europea informa anche che ogni violazione di diritti che viene riportata a loro (anche solo tramite una semplice email) sarà perseguita gratuitamente e possibilmente chiarita.

Purtroppo molti lavoratori non sono informati di questi diritti e non sanno della possibilità del libero spostamento, anche se l'Italia con il 3,5 percento di migranti è al secondo posto dei migranti in Europa (dopo l'Irlanda).

Questa politica della mobilità, secondo le statistiche, oltre a corrispondere forze di lavoro ai datori dello stesso, ha già ridotto la diseguaglianza di stipendio negli stati europei dal rapporto 1:10 nel 2004 a 1:5 nel 2013. Le istituzioni sono perciò intente a proseguire su questa strada per ulteriormente facilitare lo spostamento dei ricercatori di lavoro.

In un testo di poco precedente l’Assemblea il segretariato generale della Kek scriveva che in un recente confronto la Direzione generale per l’impiego, gli affari sociali e l’inclusione della Commissione europea (la stessa che hanno incontrato i partecipanti nel secondo giorno dell’Assemblea) suggeriva che le chiese potessero sostenere la strategia dell’UE in due modi: le chiese locali o organizzazioni cristiane potrebbero aiutare i giovani a mettersi in contatto con piccole e medie imprese di altri Paesi, oppure offrire ai giovani in arrivo da altri Paesi aiuto logistico.

A ciò i rappresentanti delle chiese hanno risposto con tutta una serie di perplessità, la prima delle quali è: siamo sicuri di voler incoraggiare la mobilità del lavoro? Inoltre le disparità economiche all’interno della UE rendono la mobilità non una scelta ma una necessità (anche solo di realizzazione professionale).

A seguire il fatto che dovrebbe essere fissato uno standard di minima sicurezza sociale uguale per tutti i paesi europei e che effettivamente il flusso migrante pesa sul welfare del Paese ospitante in un quadro liberista in cui esso è soggetto a tagli di spesa.

Considerato che i lavoratori migranti sono più vulnerabili di altri, si è detto fra l’altro, le chiese potrebbero sostenere attivamente il diritto a muoversi liberamente e in sicurezza nella UE; sollecitare i Governi a migliorare la comunicazione delle politiche europee esistenti in materia e a rimuovere possibili meccanismi burocratici che rendono faticosa la loro applicazione; chiedere alla UE di realizzare una equa e trasparente semplificazione della legislazione per facilitare l’accesso dei cittadini alle informazioni sui propri diritti anche a scopo di prevenzione della tratta, e infine istituire un fondo a supporto delle infrastrutture sociali.

La Conferenza ha incaricato il suo coordinatore di stilare, in base a queste e altre preoccupazioni, un documento dettagliato.

In chiusura dell’incontro è arrivata una comunicazione amara: per ragioni di precisate e solo in parte connesse alle performance della rete (partecipazione e produzione di materiali e di proposte), essa sembra aver concluso il proprio percorso.

La Commissione chiesa e società (Csc) fu un organismo europeo attivo e finanziato ampiamente dalle chiese membro, che in questi ultimi anni è stata fatta confluire nella Kek con la garanzia che in essa avrebbe potuto svolgere ancora meglio il suo lavoro. Rattrista il fatto di dover assistere al suo smantellamento e all'inversione della sua filosofia di partecipazione.

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