L'odore quasi povero di roba da mangiare

Fino a che punto possiamo permetterci di dire che un dolore va affrontato anche quando non è il nostro?

Torino. Lingotto. Novembre. A. 90 anni, autista in pensione, L. 88, anni casalinga, malata di alzheimer. Aspettavano da tempo una carrozzella richiesta all'Asl, il figlio morto tantissimi anni prima durante un viaggio. F, ragazza marocchina, era quella che si occupava davvero di loro e della casa. Solitudine, gesti quotidiani ripetuti per anni, invalidità che rende sempre più difficile anche a lui prendersi cura di lei. Poi una mattina ti alzi e non ce la fai più, prendi un cuscino, apri il gas della cucina, e soffochi la persona con cui hai passato tutta la vita e poi speri che il gas ti riempia rapidamente i polmoni. Il dolore era troppo grande, le speranze di poter stare meglio o anche solo guarire per un po' non ci sono; il tempo scivola, in una sequenza di uguale dolore che mette accanto i giorni uno dopo l'altro, sperando che arrivi rapidamente la sera. Forse è stata L. a dirlo, forse lo ha pensato A. da solo. Ma nel condominio di via Tunisi vive altra gente, compreso un militare, che sente l'odore del gas, dà l'allarme e «impedisce così che si consumi una tragedia più grande», come diranno i giornali: «ora l'uomo è ricoverato nel reparto detenuti dell'ospedale».

Ho immaginato di andarlo a trovare. Ho immaginato che fosse uno degli anziani della chiesa che tutte le domeniche siedono sulle panche in ascolto. Forse mi avrebbe guardato con paura perché si sarebbe vergognato di avere ucciso qualcuno. Forse ancora prima lo avrei abbracciato in silenzio. Forse mi avrebbe detto con la voce tremante che voleva andarsene anche lui, e per giustificarsi mi avrebbe raccontato di nuovo della malattia di L., della sua invalidità. Mi avrebbe forse detto che non ce la faceva più e che «tanto cosa doveva ancora fare?». Forse mi avrebbe parlato di F., che «adesso non avrà più un lavoro» e poi di quel figlio che era morto da giovane ed erano rimasti soli. Che era sempre andato tutto bene e che quando lui lavorava come autista era stato bene, ma poi «tutto costava troppo e avevano solo quel piccolo alloggio», e poi non c'erano parenti vicini e loro non volevano dare disturbo. Forse sarebbe rimasto in silenzio a guardarmi, a cercare il perdono e a chiedere il perché. Con timore, forse sarebbe venuta qualcuna della infermiere, avremmo parlato un po' su come sta, mi sarei informato e mi avrebbero detto che non sapevano se sarebbe rimasto lì o se lo avrebbero riportato a casa, ma certo c'era un processo. «Certo era meglio se moriva anche lui, poveretto», forse le guardie o la caposala avrebbero osato esprimere il pensiero di tutti, magari una un po' troppo ad alta voce e l'altra l'avrebbe zittita indicandomi: «Dai che ti sente».

Ci si aspetta un giudizio e si desidera umanità e comprensione. Una donna, dopo una vita insieme, viene uccisa dal marito. Il dolore di lei si somma a quello di lui. Volontà comune di farla finita? Prevaricazione ed egoismo di lui? Richiesta di lei, che lui accetta e poi non sopporta di restare solo con questa tragedia da portare per altri anni? Non lo sapremo mai. Le cure non sono mai abbastanza, la carrozzella non arrivava, i soldi per la sanità non ci sono. L'umiliazione e l'impossibilità di prendersi cura di lei, la consapevolezza che da solo A. non ce l'avrebbe fatta. Fino a che punto una vita è ancora degna di essere vissuta? Fino a che punto possiamo permetterci di dire che un dolore va affrontato anche quando non è il nostro? E se fosse lui quello che non ce la faceva più ma non voleva lasciare la moglie da sola? In silenzio abbraccio A., forse prima avremmo insieme letto un salmo sul dolore e sul perdono, o forse entrambi, imbarazzati da un gesto così esplicito, avremmo preferito tenerci una mano in silenzio. Poi sono uscito, fuori c'è l'aria di vetro delle mattine fredde e il sole brilla sulle montagne lontane. Riesco a pensare soltanto che bisognerebbe potere avere il diritto di morire ognuno come gli pare. Penso ad A., spero che faccia in fretta e che non sia costretto a restare troppi anni con il suo dolore. Due versi della stessa canzone mi accompagnano verso casa «Lascia che sia fiorito Signore, il suo sentiero», «Dio, fra le sue braccia soffocherà il singhiozzo di quelle labbra smorte, che all'odio e all'ignoranza preferirono la morte».

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