Valdenses, il riflesso della storia

Il regista rioplatense Marcel Gonnet Wainmayer racconta il suo ultimo lavoro: uno sguardo sulla storia valdese che attraversa le comunità e le loro testimonianze

Sono passati più di novant’anni da quando, nel 1924, un gruppo di giovani valdesi delle Valli realizzò un documentario, Fideli per secoli, che venne proibito dal regime fascista. Tra pochi giorni, alcune parti di questa pellicola andranno a comporre un nuovo documentario, Valdenses, realizzato dal regista rioplatense Marcel Gonnet Wainmayer. Il 27 novembre a Buenos Aires, quindi, i valdesi saranno protagonisti dell’anteprima di questa opera che ha coinvolto sia la comunità sudamericana sia quelli delle Valli in un dialogo storico originale e appassionato.

Il documentario, si legge sul sito di Film Commission Torino Piemonte, «si propone di esplorare gli incroci storici tra religione e politica, a partire dalla lunga tradizione valdese di resistenza al potere, insieme alla loro costruzione di un cultura propria e autonoma». Ne abbiamo parlato con il regista, Marcel Gonnet Wainmayer, che ci ha detto che tutto è iniziato ad Agape.

Il trailer del documentario

Innanzitutto partiamo dal percorso professionale che ha portato a questo documentario

«Dopo aver lavorato come giornalista e in televisione, da circa dieci anni ho cominciato a realizzare documentari su diversi temi, che hanno sempre qualcosa a che fare con la mia vita. Non potrei fare nessun lavoro su temi che non mi appassionano, che non mi impegnino energie. In Argentina ho ottenuto alcuni fondi che mi permettono di dedicarmi a questo lavoro, e da circa dieci anni quindi sono documentarista».

Che cos'è per lei il lavoro da regista?

«Quello che deve fare il regista è prendere un’idea e materializzarla. Lavorare con la realtà è qualcosa di piuttosto specifico, non è come la fiction, malgrado non sia così differente da essa. Quel che divide questi due ambiti non sempre è perfettamente definito. È certo però che si tratta di un lavoro complesso e richiede di andare a recuperare scene nella vita reale.

In molti casi funziona e in altri no. Una cosa che mi preoccupa sempre è tutto ciò che non riesce a entrare nella pellicola. C'è molta gente di Torre Pellice e di Luserna con cui ho parlato e che non rientra nel film, e questa mi pesa sempre un po’ sulla coscienza».

Cosa hanno a che fare i valdesi con la sua vita?

«La famiglia di mio padre è interamente valdese. Mio padre ha otto cognomi valdesi, quindi è un’eredità molto forte che ho vissuto a partire dalle relazioni famigliari. In realtà io sono stato educato in una scuola cattolica. Mi chiedevo quindi come raccontare questa storia, perché anche se ho sempre avuto molti rapporti con essa, non mi ero mai dedicato a studiarla finché non ho cominciato a lavorare a questo progetto. Per me è stata una scoperta delle origini. Tutto è cominciato con un campo ad Agape, come funziona per molti giovani e anche per i meno giovani come me».

Quindi è un documentario che parla anche della sua famiglia. Viene fuori questa storia?

«Sì, uno dei personaggi è mio zio, il pastore Hugo Gonnet, che è stato moderatore della Mesa Valdense del Rio de la Plata. È stata una delle prime persone che mi hanno aiutato a organizzare questa storia nella testa, quando ero bambino, e ovviamente sono tornato da lui ora per registrare alcune scene, soprattutto a proposito dell'arrivo dei coloni in Uruguay, che è un tema molto interessante».

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È stato difficile realizzare praticamente questo film? Immagino i molti viaggi...

«Ho viaggiato tre volte in Italia. La cosa più difficile è stato in verità il lavoro istituzionale, perché è un film che non avrei voluto fare senza il riconoscimento dei due Sinodi e senza parlare con tutte le persone che ritenevo necessarie, perché per ripercorrere la storia di una comunità non si può fare un film senza consultarla. Mi sembra un gesto minimo di rispetto, anche perché il Centro Culturale Valdese, e alcune persone come Gabriella Ballesio e Davide Rosso, hanno partecipato al progetto sin dal primo momento. Tutto a partire dal recupero di “Fideli per secoli”, un film meraviglioso del 1924 girato nelle Valli del quale sapevo già qualcosa grazie a Giorgio Tourn e Bruna Peyrot, che avevano lavorato per farlo tornare in Italia. È stato difficile, ma siamo qui, quindi è stato anche possibile».

Allora, ci può parlare un po' della sinossi di questo film?

«Il documentario utilizza come scusa il film muto di cui parlavamo prima. Si comincia con il recupero che Giorgio Tourn e i valdesi americani ne hanno fatto, dopo che è apparso in uno scaffale di New York. La storia che racconta il film è un po' uno specchio della storia valdese, e questo mi ha permesso di utilizzarla come spina dorsale aprendo piccoli flashback e inserendo frammenti di storia e di attualità. Mi interessava riuscire a muovermi liberamente all'interno di differenti rappresentazioni della vita valdese.

È stata particolarmente interessante una chiacchierata con Bruna Peyrot, di cui c'è soltanto un piccolo frammento nel film, perché mi ha aiutato moltissimo a organizzare i materiali e comporre una rappresentazione a partire dalla mia idea. Ho voluto far coesistere scene dello spettacolo “Li Valdés” del Gruppo Teatro Angrogna , il film “Fideli per secoli” e le registrazioni storiche: l'idea era fare un palinsesto nel senso antico del termine».

È un documentario che sta nel passato ma anche nel presente...

«In realtà in un primo momento la questione delle relazioni familiari doveva essere la parte prevalente del progetto. Però poi mi sono reso conto che, almeno così mi è parso, la differenza più importante tra la Chiesa in Italia e quella del Rio de la Plata, è quella per cui in Italia si è compiuta una politica di apertura verso il resto del Paese: aprirsi per far crescere la Chiesa valdese. Mi pare che questo atteggiamento non sia altrettanto forte nel Rio de la Plata, dove c'è una specie di microclima familiare che a volte è necessario superare, perché la storia valdese non è solo una storia di eredità, ma è una testimonianza molto più importante sulla libertà e sulla fede, e questo discorso supera il confine delle relazioni famigliari».

Ancora una domanda: dov'è possibile vedere il tuo documentario e com'è distribuito?

«In realtà il documentario è ancora in fase di completamento, perché come sempre ci sono mille dettagli da rifinire all'ultimo momento. Comunque c’è già una versione semidefinitiva che sarà presentata il 27 novembre a Buenos Aires in anteprima, mentre la prima al cinema sarà il 13 dicembre. L'idea è, a partire da ora, di muoversi in vari festival in diversi paesi (speriamo presto anche in Italia) e poi portarla in sala. Più avanti naturalmente sarà possibile vedere il film anche su Vimeo, ma in realtà una cosa che mi interessa molto è che la pellicola serva come elemento di incontro. È una cosa di cui stiamo discutendo molto qui con la comunità del Rio de la Plata, perché sia presentata in città che ospitano comunità valdesi e che quindi serva a incontrarsi e condividere».

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