L’ecumenismo del cricket

A Roma il prossimo 24 ottobre, la sfida cattolico-anglicana tra la Nazionale del papa e l’Undici dell’arcivescovo 

Tra la Cina di Mao e l’America di Nixon è stato il ping-pong; nel Sudafrica post-apartheid di Mandela, il rugby; nella Germania della Ostpolitik, il calcio. Nella Roma papale e nell’anglicana Canterbury sarà il cricket a favorire l’incontro e il dialogo?

Il prossimo 24 ottobre, dopo la messa di chiusura del Sinodo sulla famiglia, la capitale italiana ospiterà infatti l’incontro tra l’Undici della Chiesa d’Inghilterra (Cofe) e l’Undici del Vaticano. «Sarà un gran divertimento e un segno del nostro legame ecumenico», ha dichiarato il reverendo Steve Gray, capitano del Cofe che affronterà il cattolico St. Peter’s Cricket Team. In effetti, tra il Vaticano e Canterbury il disgelo si è già compiuto da tempo e questa festa sportiva sarà piuttosto una conferma delle buone relazioni tra le due confessioni cristiane.

L’incontro, in realtà, sarà una rivincita. Nel settembre dello scorso anno le due squadre erano scese sul terreno del Kent County Cricket Ground di Canterbury per quella che il Primate della Comunione anglicana, Justin Welby, ha definito «la prima partita di cricket tra le due parti dai tempi della Riforma». Dopo un match combattuto fino all’ultimo, a prevalere sulla Nazionale del papa è stato l’Undici dell’arcivescovo con sei wickets e cinque palle risparmiate – qualunque cosa questo significhi. Il cricket infatti è uno sport particolarmente complesso nelle sue regole e nei suoi schemi di gioco, tanto insondabile allo spettatore inesperto quanto un “mistero della fede” a un miscredente. Ciò che lo caratterizza è però il fatto che esso comprende nelle sue regole anche lo Spirito del Gioco, improntato al fair play e al rispetto dell’avversario e dell’arbitro (è addirittura proibito dirigersi verso il direttore di gara con passo risoluto).

Delle tre forme del gioco -, dal First, che può durare diversi giorni e il cui risultato viene scandito da orari e abitudini d’altri tempi («all’ora del tè i padroni di casa sono in vantaggio, ma per il pranzo di domani le cose potrebbero cambiare») al One Day International – si giocherà il Twenty20 che risolve la partita in tre-quattro ore. Anche in questo match l’incasso sarà devoluto a una causa benefica. L’anno scorso andò al Global Freedom Network, rete mondiale contro le moderne schiavitù.

Dunque, fraternità, fair play, sport, ecumenismo, in un match che sia gli Undici dell’arcivescovo sia la Nazionale del papa hanno promesso di vincere.

Foto: "Muttiah Muralitharan". Con licenza CC BY 2.0 tramite Wikimedia Commons.

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