Le parole mute di chi arriva sulle nostre coste

Il dramma dei profughi si riflette nell’ultimo libro dello psichiatra Eugenio Borgna

L’attualità entra nell’ultimo libro di Eugenio Borgna, lo psichiatra che conosciamo per avere scritto molte pagine in cui, distesamente e con raccoglimento, ha riflettuto sui legami tra la sua pratica professionale e la letteratura, la poesia, la filosofia. I riferimenti che ha tenuto presente in molti suoi lavori (Come in uno specchiio oscuramente, Le emozioni ferite, La solitudine dell’anima, La dignità ferita, Il tempo e la vita, pubblicati da Feltrinelli) sono consolidati, e vanno da Pascal e Kierkegaard a Leopardi, dal romanticismo tedesco agli autori di lingua tedesca del 900. Dalle loro opere emerge come alcune attitudini (una su tutte, la malinconia), quando non si presentino allo stato patologico, diano luogo a reazioni creative che permettono di convivere con tali stati d’animo.

Ma qui, in questo piccolo e incisivo libretto*, che centellina alcuni di questi riferimenti e ne rende efficacissima la suggestione, descrivendo le modalità della comunicazione oggi, in questo nostro tempo fatto di virtualità e di ambienti digitali, si affaccia una realtà diversa, per alcuni aspetti inedita, che richiede nuove risposte. Certo, la difficoltà del comunicare è una caratteristica di uomini e donne del XX secolo, e lo è ancora in questo secolo nostro, anche se non ci sono più i Sartre e i Camus o i Moravia, né i film di Bergman e Antonioni a riflettervi: sembra, anzi, che l’incomunicabilità (così si chiamava negli anni ’60) sia totalmente aggirata dalla tecnologia – salvo produrre poi devastanti effetti in chi sia invece affetto da patologie. E Borgna, con la consueta limpidezza e una scelta delle parole (appunto!) sempre appropriata e precisa, ce ne rende conto, partendo dalla citazione di Ludwig Binswanger (1881-1966, svizzero, iniziatore della psichiatria fenomenologica): «le esperienze psicopatologiche, le loro diverse forme di espressione, non sono se non disturbi della comunicazione» (p. 6).

Ma ecco, al volgere delle ultime venti pagine si affaccia l’esperienza che è entrata nelle nostre case (e nelle nostre chiese, e nelle strutture diaconali che operano nelle nostre chiese) con l’arrivo delle molte migliaia di profughi scampati a viaggi insostenibili e rischi di naufragio: «Come possono, costoro, mettersi in relazione con noi che siamo così lontani dal loro linguaggio (...)?». E ancora: «Come appare loro il mondo senza le parole che consentano di parlare delle loro emozioni e dei loro pensieri, delle loro angosce e delle loro speranze». E inversamente: «... come ci è possibile avvicinarsi al loro mondo chiuso in una solitudine a noi radicalmente estranea, e a noi così oscura nei suoi significati, e nelle sue intenzioni? Non è davvero facile (....) immergersi nella vita interiore, nella vita intenzionale, di profughi che hanno perduto tutto, e non hanno nemmeno più le parole che dicano l’infinito loro dolore» (pp. 67-68). Meglio di molti articoli di cronaca, queste righe tratteggiano il dramma di queste persone che stanno mettendo in questione l’Europa dell’umanesimo, quella dell’esprit de finesse e quella dei sentimenti.

Paradossalmente, ma non tanto, in un testo dedicato alle parole ci sono ampi spazi dedicati al silenzio; e, ancora un paradosso, nelle situazioni di malattia (non solo intesa come malattia della mente o «dell’anima») capita che la parola si sviluppi con maggior vigore, che la condizione di malattia diventi «come un grande confessionale», in cui si parla con «grande infantile sincerità» (p. 73). Addirittura Virginia Woolf si stupiva che la grande letteratura mondiale non avesse dedicato alla malattia un’attenzione, che ben altrimenti avrebbe meritato, pari a quella dedicata a guerre, amori, gelosia.

I poeti sanno – scrive Borgna – che «le parole scarseggiano rispetto alle idee»: è loro mestiere mettere ordine nell’affastellarsi delle idee davanti a noi; chi invece debba vivere una situazione di disagio rischia di esserne travolto. Per questo è importante la pratica dell’ascolto, assiduo e aperto all’intuizione (che lo psichiatra definisce giustamente addirittura come «una grazia») che consente di rivolgere altre parole, di solidarietà e di cura. È stato ed è il suo lavoro da decenni, per molti anni nel reparto della Psichiatria femminile all’Ospedale di Novara, e va di pari passo con è la sua vocazione di saggista, di cui godiamo ancora un frutto di rarefatta intensa profondità.

* E. Borgna, Parlarsi. La comunicazione perduta. Torino, Einaudi, 2015, pp. 96, euro 10,00.

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