La presenza evangelicale in Brasile

Numeri in forte crescita, ma spiritualità balbettante

Secondo i dati del censimento generale della popolazione del 2010 realizzato dall' Ibge (Instituto Brasileiro de Geografia e Estatistica) dei 190 milioni di abitanti di quell'anno (oggi sono 200) 123 milioni si dichiaravano cattolici apostolici, 42 milioni circa evangelici. Questi ultimi comprendono, nella definizione del censimento, 7,7 milioni di evangelici di missione (fra i quali prevalgono i battisti con 3,7 milioni, gli avventisti con 1,5, i luterani con un milione ecc.) e 25 milioni di origine pentecostale (12,3 dell'Assemblea di Dio, 2,2 della Chiesa Congregazione Cristiana del Brasile, 1,8 della Igreja Universal do Reino de Deus); ci sono poi 9 milioni catalogati come aderenti a religione evangelica non determinata; altro 1,3 milione di Testimoni di Geova e poi denominazioni minori. Sono dati da prendere con prudenza perché grande è la mobilità fra le chiese evangelicali, molto influenzata dal maggiore o minore onere della decima.

Ho avuto occasione di seguire più volte le emittenti televisive brasiliane di cui tutte le denominazioni sono ampiamente munite, rimanendo colpita per il modesto profilo teologico e l'alto volume vocale; anche i giornaletti numerosi che circolano hanno lo stesso taglio. Il neopentecostalismo influenza milioni di persone e travasa questa influenza in catene elettorali utilizzate in prevalenza secondo indirizzi regressivi e schematici. Le diverse chiese hanno parecchie attività economiche che vanno dalla musica, ai libri, all'abbigliamento, ai prodotti di bellezza per i fedeli e probabilmente altre iniziative di maggiore importanza.

Solo poche settimane fa ho preso tuttavia il coraggio a due mani e ho assistito fisicamente ad una funzione della neopentecostale Igreja Universal do Reino de Deus; la percezione in un luogo materiale è molto diversa da quella della costruzione virtuale di una proiezione televisiva. È stata una lunga ora. Riassumerei l'impressione che ho portato con me uscendo da quel luogo di culto in questo modo: ciò che viene offerto, almeno in quella sede (e non voglio generalizzare), è una proposta spirituale che alimenta la paura, cerca di persuadere i fedeli che i problemi delle persone sono causati da una presenza malvagia dentro alle stesse, che dal diavolo dentro di sé ci si libera individualmente affidandosi a un mediatore (rigorosamente i ministri di culto che utilizzano rituali diretti), che comunque porre denaro sul libro è necessario, e forse prerequisito. Insomma, da un lato viene coltivata la paura, dall'altro si attivano gestualità e comportamenti dominanti che producono sottomissione e forse dipendenza spaventata. È assente un' elaborazione teologica che aiuti a ragionare, a coltivare l'anima e con essa la speranza e il sollievo della condivisione. Sono uscita con un peso sul cuore: a persone chiaramente in ricerca, viene proposto un cammino che promuove la subordinazione, culturalmente poverissimo. Non sta a me esprimere opinioni valutative sulle chiese altrui.

Ma non posso non pensare alle responsabilità non piccole delle chiese cristiane storiche in quel paese che non hanno saputo o non hanno voluto offrire una sponda di spiritualità elevata, magari anche scomoda socialmente e culturalmente, a chi chiaramente necessitava di momenti condivisi e di speranza. La chiesa cattolica romana a suo tempo ha affossato quella che avrebbe potuto essere una strada, la teologia della liberazione, che non era certo eversiva, ma più semplicemente umana. Le chiese protestanti storiche hanno riguardato il ceto medio-alto urbano, con qualche limitata e utile opera educativa qua e là; inoltre, soprattutto nel sud, sono state ben vicine al regime militare nella seconda metà degli anni '60. Peraltro storicamente in Brasile le chiese cristiane sono state corresponsabili della schiavitù (abolita solo nel 1888) e di fronte al peccato di essa silenti. Forse anche questo ha lasciato il campo libero per messaggi diversi, sfortunatamente, secondo me, inadeguati a promuovere libertà e giustizia in comunità di uomini e donne in ricerca.  

Foto via Pixabay

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