La responsabilità protestante di fronte all'ambiente

La notizia del non riconoscimento del primo richiedente asilo per motivi climatici commentata con Jens Hansen, della commissione globalizzazione e ambiente della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia

Un uomo di Kiribati, isola in mezzo all'oceano Pacifico, ha fatto richiesta di asilo alla Nuova Zelanda poiché la sua vita sarebbe minacciata dal cambiamento climatico, che prelude all'innalzamento del livello del mare. Si tratta del primo caso di richiesta di asilo di questo tipo. La corte neozelandese ha sostenuto però che l'uomo non corre un grave pericolo nel suo paese. Ne abbiamo parlato con il pastore Jens Hansen, della commissione globalizzazione e ambiente (Glam) della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia.

In primo luogo cosa pensa di questo caso?

«Quando ho letto questa notizia ho provato rabbia, perché una corte potrebbe decidere di creare un precedente, invece di rifarsi solo con la Convenzione di Ginevra del 1951: quel documento nasce da altre esperienze e definisce profughi coloro che per razza, religione, nazionalità, appartenenza a un gruppo sociale o opinioni politiche corrono rischi nel loro paese. Ma quella convenzione da questo punto di vista è superata anche se viene ancora applicata: in questo caso viene applicata proprio per evitare un precedente. Per molti paesi infatti si aprirebbe un enorme rischio di migrazioni. Il termine “rifugiato per ragioni ambientali” esiste da trent’anni: nel 1985 l’allora direttore del programma ambientale dell’Onu, ne parlò per la prima volta. Il problema si conosce, persino il Pentagono ha fatto una ricerca, ammettendo che le migrazioni del 21esimo secolo non saranno più per le guerre, ma per i cambiamenti climatici».

Non è un tema di secondo piano: anche il Papa ne ha scritto nella sua Enciclica, e la presidente Boldrini ha parlato di eco-rifugiati

«Papa Francesco ne ha parlato largamente nella sua enciclica, che ho apprezzato molto. L’Alto Commissario per i rifugiati ha fatto le prime stime: nel 2050 avremmo tra i 200 e i 250 milioni di individui che dovranno fuggire per ragioni climatiche, mentre oggi sono 50 milioni che si spostano a causa delle guerre. Un problema in aumento che ha alla radice un’ingiustizia ecologica: l’occidente crea un cambiamento climatico, ma poi non vuole vedere le vittime di questo cambiamento. Dunque devono cambiare le regole e occorre creare ufficialmente lo status di rifugiato per ragioni ecologiche».

Pensando alla questione delle quote di rifugiati che l’Europa discute da mesi, sembra ridicolo se paragonato a quello che sarà.

«Il problema dell’Ue è che in questo modo dà già una testimonianza molto povera: il paese che ha più rifugiati di guerra è il Pakistan, paese molto povero rispetto all’Europa, con 1,6 milioni di rifugiati dall’Afghanistan per una guerra fatta dall’occidente, e qui non riusciamo a metterci d’accordo per 35mila richiedenti asilo. Un problema collegato allo spostamento di persone è quello dell’innalzamento del livello del mare: in Bangladesh sono sparite intere zone costiere, così come in tutti quai luoghi poco più alti del livello del mare».

A dicembre ci sarà incontro sul clima a Parigi, che ci riporta al concetto di responsabilità dei singoli stati

«Il concetto di responsabilità per i protestanti è importantissimo, perché partiamo da questo anche nella nostra teologia, con la responsabilità dell’individuo che deve dare risposta a Dio e agli altri. Per quello che riguarda la responsabilità degli stati, quella di Parigi dev’essere una riunione importante per decarbonizzare l’economia e andare verso le energie rinnovabili. Ma anche la responsabilità dell’individuo è fondamentale, dobbiamo imparare a vivere con meno, riducendo il nostro fabbisogno e il nostro consumo, perché sfruttiamo la terra al di là delle possibilità delle risorse naturali. Entriamo nella riflessione partita da Accra nel 2004, con la dichiarazione delle chiese riformate: dobbiamo inventarci anche a livello personale, un altro modo di fare economia, perché il sistema neoliberista che abbiamo oggi è un sistema che devasta la natura e cammina sui morti».

Come se ne parla nelle chiese evangeliche della Federazione?

«Questo è un tema che viene affrontato, talvolta le chiese sono un po’ ostiche, ma c’è un processo per tentare di rendere più ecologico il nostro il nostro uso delle risorse e di sensibilizzare le persone. Il Glam ha portato avanti un’interessante iniziativa: ha certificato le chiese attraverso un questionario di quasi 50 domande che le invogli a fare di più. Vale per la gestione dell’ufficio, il consumo di corrente e metano e così via: speriamo che le chiese, diventando più ecologiche, siano un laboratorio e una testimonianza di come i cristiani possano vivere una vita con un’impronta ecologica minore. L’esempio più bello è la chiesa valdese di Milano, che ha ricevuto la certificazione del Gallo Verde delle chiese tedesche, che attesta la loro impronta ecologica minore, grazie ai criteri nella gestione della chiesa. Se noi predichiamo la responsabilità ecologica ma nelle nostre espressioni di chiesa, nelle nostre riunioni, nel nostro modo di gestire gli immobili non siamo coerenti e autentici, non siamo più credibili. Il dire e il fare devono far intravedere la nostra responsabilità di fronte all’ambiente, dietro al quale ci sono molte persone, vittime dei nostri comportamenti errati».