Spaventare l'occidente per colpire l'Egitto

L'attentato al consolato italiano è un segnale per Al Sisi. Torelli, dell'Ispi: «Per combattere davvero il terrorismo occorre svuotare il bacino in cui pesca: servono politiche sociali ed economiche più inclusive, che vadano incontro alla popolazione più disagiata».

Alle 6.30 della mattina dell’11 luglio un’autobomba è esplosa davanti al consolato italiano in Egitto, nel centro del Cairo, provocando un morto e nove feriti nonostante gli uffici fossero chiusi. L’attentato sembra essere stato rivendicato dal gruppo Stato islamico, attraverso l’account Twitter di una formazione sostenitrice. Il ministro degli Esteri Gentiloni si è recato al Cairo, e subito dopo l’attentato il premier italiano Matteo Renzi ha difeso le politiche del governo egiziano, dicendo che «l’Egitto può essere salvato soltanto dalla leadership di Al Sisi», motivo per cui è stato aspramente criticato.

 

 

Alcuni commenti hanno sostenuto che l’attacco fosse indirizzato direttamente al nostro paese, altri che si sia trattato, oltre che di un avvertimento all’occidente, di un attacco alle politiche del presidente egiziano Al Sisi, particolarmente repressive nei confronti dei movimenti islamisti, anche più moderati. Ne parliamo con Stefano Torelli dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale.

È possibile capire a chi era indirizzato questo attentato, secondo lei?

«Ci sono degli elementi che non sono del tutto chiari, soprattutto nell’interpretazione di quello che è stato. Partendo da una considerazione che appare certa, possiamo dire che l’obiettivo dell’attentato era proprio il consolato italiano al Cairo, non vi sono dubbi, anche perché nella zona non vi sono altri punti sensibili. Da qui a dire che il bersaglio fosse l’Italia, c'è una differenza. Nascono varie interpretazioni: tendo a pensare che oltre a un avvertimento al nostro paese, l’obiettivo vero fosse il governo egiziano, e che il gesto sia servito per far vedere che, nonostante la guerra al terrorismo, Al Sisi non possa dirsi vincente. Un attentato che dimostra come l’Egitto sia un paese vulnerabile e volto a destabilizzare le scelte politiche del governo attuale. Sicuramente è anche un avvertimento all’Italia, che peraltro non è l’unico paese occidentale a essere stato obiettivo di attentati negli ultimi mesi in Nordafrica e in Medio Oriente, così come non è l’unico paese che ha rapporti stretti con il regime di Al Sisi».

Renzi è stato criticato proprio per il suo appoggio caloroso ad Al Sisi.

«Sicuramente è controversa la scelta del premier di appoggiare in maniera incondizionata l’attuale governo egiziano, che non rispetta i diritti politici e civili delle opposizioni. La stessa guerra al terrorismo è portata avanti in maniera del tutto arbitraria: il movimento dei Fratelli Musulmani, che di per sé non è terroristico, è stato dichiarato tale dall'ex generale, e dall’estate del 2013 ci sono stati di arresti, processi e persone scomparse. Una lotta al terrorismo particolare che, con questo tipo di repressione del dissenso e delle opposizioni, rischia di radicalizzare le posizioni e contribuire a far sì che lo scontro diventi sempre più acceso».

Questa repressione però è efficace contro il terrorismo vero e proprio?

«Da un lato queste modalità sono efficaci, soprattutto nel Sinai, teatro principale dello scontro tra regime egiziano e forze jihadiste; dall’altra, però, l’approccio basato soltanto sul piano militare e sulla sicurezza non si è mai rivelato del tutto vincente. Per combattere davvero il terrorismo occorre anche affrontare le cause profonde: ci vorrebbero quindi politiche sociali ed economiche più inclusive che vadano incontro alle istanze della popolazione più disagiata, che è poi il bacino in cui pesca il terrorismo. Al Sisi, come altri governanti nei paesi arabi, ha deciso di affrontare il problema soltanto dal punto di vista della sicurezza, criminalizzando gran parte delle opposizioni. Penso che si possa e si debba fare di più, e il ruolo dell’occidente potrebbe essere quello di fare pressioni perché l’Egitto cambi politica; invece siamo di fronte a governi che in maniera controversa appoggiano incondizionatamente Al Sisi, facendoci tornare all’epoca dell’uomo forte».

Se l’obiettivo è il consolato in quanto tale, c'entra con il ruolo dell'Italia nel mediterraneo?

«Il governo Renzi sta cercando di ottenere un ruolo più forte nel Mediterraneo, però di fatto non ci sta riuscendo, né in Libia, né in Egitto, né per quanto riguarda la questione immigrazione. Il governo italiano si è battuto in Consiglio europeo per ottenere l’approvazione di alcune politiche, ma ha ottenuto per ammissione dello stesso Renzi soltanto delle piccole concessioni. Non enfatizzerei il ruolo del paese nel Mediterraneo, ma piuttosto guarderei ai rapporti che l'Italia ha con l’Egitto».

Guardando all’Isis, invece, sta davvero avanzando in quell'area?

«Sicuramente l'Isis sta tentando di estendere il proprio raggio d’azione, non solo in Iraq e Siria, ma anche in altri teatri: la presenza in Libia è consolidata, e quello che è accaduto in Tunisia può fare pensare che stia cercando di propagarsi. Anche la rivendicazione dell'attentato al Cairo è arrivata attraverso un account Twitter collegato al gruppo jihadista affiliato allo Stato islamico in Egitto. Quello che ha fatto riflettere è che questo gruppo non ha rivendicato in sé l’attentato, ma si è fatto portavoce della rivendicazione dell’Isis stesso. Come se fosse stato davvero il Califfato, indipendentemente dalle cellule affiliate in Egitto, a fare l’attentato. Se fosse così, saremmo davvero di fronte a una nuova fase strategica del gruppo Stato islamico: primo perché si tratterebbe direttamente di una vera espansione, e poi perché sarebbe evidente che gli obiettivi stanno cambiando e si sta colpendo sempre di più anche l’occidente».

Nuova fase di espansione o nuova fase comunicativa dell’Isis?

«Per l’Isis la strategia operativa e quella comunicativa sono sempre andate di pari passo. Chiaramente vi è anche ora questa doppia valenza. Non abbiamo delle certezze, ma se davvero fosse il gruppo ad aver realizzato questi attentati, qui e in Tunisia, è chiaro che vi è un'escalation, anche della portata comunicativa di tutto ciò. Occorre fare attenzione a come vengono veicolati i messaggi e da come vengono percepiti dai nemici stessi, l’occidente in questo caso».

Copertina: Sebastian Horndasch via Flickr, CC.2.0