Accadde oggi, 6 luglio

"La verità che libera": Jan Hus al 600o anniversario della sua morte

Il 6 luglio scorso si sono ricordati i 600 anni da quando il maestro praghese Jan Hus fu condannato e arso sul rogo a Costanza. In quella città si era riunito il Concilio che voleva ristabilire l’unità della chiesa divisa in tre «ubbidienze papali» fra loro concorrenziali. Con l’elezione di un nuovo papa da tutti riconosciuto, Martino V, l’assemblea avrebbe raggiunto nel 1417 un successo importante. Ciò non impedì però che sulla memoria di quel maestro giustiziato con il benestare dell’assemblea conciliare si aprisse una spaccatura nuova. Per alcuni, Jan Hus era un eretico che aveva meritato la morte; fu questo il punto di vista che avrebbe fatto proprio anche il nuovo papa. Per altri, Hus era un santo martire, degno di essere raffigurato sugli altari; ciò vale per la chiesa utraquista, chiesa maggioritaria della Boemia fino alla Guerra dei trent’anni. Per altri ancora, il maestro di Praga era testimone della verità evangelica al vaglio della quale tutta la prassi della Chiesa doveva essere sottoposta; pensavano così diversi rappresentanti «radicali» della Riforma hussita e poi i «Fratelli boemi», che si costituirono in chiesa nella seconda metà del XV secolo.

Chi era dunque questo Jan Hus? Doveva essere nato attorno al 1369-70 nella cittadina boema di nome Hussinec, a pochi kilometri dal confine con la Baviera. Le prime fonti storiche che possediamo su di lui riguardano la sua ordinazione a sacerdote e la sua carriera all’Università di Praga, dove conseguì il titolo prestigioso di magister delle arti, proseguendo poi gli studi nella facoltà di Teologia. Nel 1402 Hus, uomo d’università, ottenne un importante incarico extra-accademico: fu nominato predicatore nella cappella di Betlemme, espressione di un riformismo religioso che si era fatto largo a Praga nei decenni precedenti. Hus aveva il compito di predicare in cèco, che era tendenzialmente la lingua dei ceti medio-bassi, mentre il tedesco era predominante fra le élite. Questo ruolo gli conferì un’importanza particolare nel tessuto sociale della città. Hus appartenne a un gruppo che si rifaceva all’insegnamento del professore inglese John Wyclif, morto nel 1384. Le peculiarità del pensiero di John Wyclif risiedevano essenzialmente nella sua ecclesiologia. Facendo riferimento ad Agostino, Wyclif definiva la Chiesa in senso stretto come la congregazione di quelli che Dio ha predestinato alla salvezza in Cristo. Di conseguenza, il rapporto fra la chiesa «vera» e quella istituzionale si fa dialettico. Una persona che sembra non appartenere alla chiesa, in realtà può esserne membro (come l’apostolo Paolo prima della sua conversione); al contrario, uno che sembra un buon cristiano può non essere dotato di quel dono della perseveranza che contraddistingue gli eletti. Dato che nel pensiero di Wyclif qualsiasi autorità, sia essa regia, sacerdotale o profetica, si fonda nell’appartenenza al corpo di Cristo, si capisce che le sue idee avrebbero suscitato moti rivoluzionari. Vale tanto per Hus quanto per Wyclif che l’indebolimento della dimensione istituzionale-gerarchica della chiesa comportò un rafforzamento dell’aspetto nazionale.

Quando nel 1409 si riunì a Pisa un concilio per eleggere un papa condiviso, l’arcivescovo di Praga, Zbyněk di Hasenburg, richiese il riconoscimento incondizionato delle decisioni di Pisa, il re boemo Venceslao invece optò, appoggiato dai cechi, per il mantenimento della «neutralità», e cioè per la conservazione di un margine di discrezionalità. Per avere un alleato in più, Venceslao procedette a una riforma dell’Università che toglieva la maggioranza dei voti alle nazioni estere, conferendola a quella boema. Dato che poco dopo Hus fu nominato rettore dell’intera Università, è probabile che in quella vicenda egli avesse condiviso, magari appoggiato, le scelte del re. Di conseguenza, il suo rapporto con l’arcivescovo si compromise. Zbyněk pronunciò una condanna formale delle opinioni di Wyclif e Hus. In più, Zbyněk lanciò l’interdetto contro le chiese non parrocchiali di Praga, ovviamente per danneggiare la cappella di Betlemme.

Per due anni, però, Hus divenne il leader di una riforma nazionale della chiesa boema, avversata dalla gerarchia ma sostenuta dal re. In tal modo si delineò l’ipotesi di una riforma che avrebbe portato a una chiesa nazionale economicamente controllata dalla corona boema, caratterizzata da predicazione e catechesi in lingua volgare e da sacerdoti non più compromessi dalla partecipazione a poteri e ricchezze. Nel 1412, però, questo progetto entrò in crisi quando l'«antipapa» Giovanni XXIII lanciò una campagna d’indulgenze per la crociata contro il re Ladislao di Napoli, che proteggeva il vecchio papa di ubbidienza romana, Gregorio XII. Dal punto di vista del riformismo ispiratosi a Wyclif, le indulgenze erano uno strumento non fondato sulle Scritture e dannoso per la serietà penitenziale. Inoltre, Hus denunciò aspramente la «modalità» della crociata, caratterizzata com’era dalla «simonia», e cioè dalla confusione d’interessi bellici con promesse religiose.

A Praga, l’attacco di Hus alle indulgenze portò a una spaccatura all’interno del partito riformista; ora la maggioranza dei docenti universitari si schierò contro di lui. Tre giovani adepti di Hus, che avevano manifestato in strada contro le indulgenze, furono perfino giustiziati. Restarono a lui legati alcuni discepoli stretti, come Jakoubek da Stříbro, e un gruppo di tedeschi, Pietro e Niccolò da Dresda e Federico Eppinge, che, come altri docenti tedeschi, avevano lasciato Praga al momento della riforma universitaria per ritornare, però, nel 1411. È questo il gruppo su cui si concentra l’attenzione per quanto riguarda l’influsso valdese sulla riforma boema.

Quando nell’ottobre 1412 la sua «scomunica maggiore», varata da Giovanni XXIII, fu pubblicata a Praga, Hus reagì appellandosi a Cristo come capo vero della Chiesa e si ritirò da Praga per passare i due anni successivi nella Boemia meridionale, dedicandosi alla predicazione e alla stesura delle sue opere teologiche più importanti (il trattato Sulla chiesa e la «postilla ceca»). In una spiegazione del Credo apostolico, anch’esso risalente a questo periodo, si trova l’enfatica affermazione: «Tu, cristiano serio, cerca la verità, ascolta la verità, impara la verità, ama la verità, osserva la verità, difendi la verità fino alla morte, poiché la verità ti libera dal peccato, dal diavolo, dalla morte dell’anima e infine dalla morte eterna».

Nel frattempo, a Praga Jakoubek, suo successore sul pulpito della cappella di Betlemme, introdusse, con il benestare di Hus, la comunione sotto le due specie del pane e del vino (sub utraque specie). Questa scelta era stata influenzata dal collega Girolamo da Praga (anch’egli bruciato a Costanza nel 1416), che durante un viaggio in Russia aveva studiato la prassi eucaristica ortodossa, dalla quale gli «utraquisti» boemi recepirono anche la comunione dei bambini.

Nell’autunno 1414 Hus decise di recarsi al Concilio di Costanza munito di un salvacondotto dell’imperatore. Al Concilio, dove giunse in seguito a un viaggio che aveva le sembianze di un corteo trionfale, egli si vide confrontato non soltanto con contestazioni teologiche ma anche con l’accusa di infrangere continuamente, con la sua predicazione, l’interdetto che pesava su di lui – il che giustificò la sospensione del salvacondotto. La sua situazione processuale peggiorò ancora dopo la fuga del papa Giovanni XXIII da Costanza, poiché d’ora in poi l’assemblea conciliare, quasi liberata dal papa, si avvalse del «caso Hus» per mostrare la propria autorità. In seguito alla condanna personale, Hus fu condotto al rogo il 6 luglio 1415.

Il suo supplizio fu dettagliatamente descritto nella relazione di Pietro da Mladoňovice. Secondo questa testimonianza, Hus visse la sua esecuzione come atto di sequela di Cristo e imitazione della sua Passione. I parallelismi fra essa e il trattamento che fu inflitto a Hus divennero particolarmente salienti nei momenti in cui fu costretto a indossare ancora una volta i vestiti sacerdotali per farseli togliere e quando gli fu messa in capo una corona non di spine ma di carta che lo segnava come eretico. Colpisce anche l’argomentazione con cui Hus, davanti al rogo, respinse l’ultimo invito alla revoca: anzitutto, egli si richiamò alla sua coscienza e alla verità della Scrittura; inoltre, Hus dichiarò di respingere la revoca per non offendere la gente cui aveva predicato. Dire che Hus è morto come «testimone della verità», come recita il sottotitolo della biografia di Amedeo Molnár (Claudiana, 2004), corrisponde dunque al modo in cui egli stesso ha vissuto la sua fine.

Foto: "L'esecuzione di Jan Hus" di Ulrich Richental - Konstanzer Konzilschronik. con licenza Public Domain via Wikimedia Commons.

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