Dibattito. Siamo ancora riformati?

Dopo l'articolo di Alberto Corsani, oggi pubblichiamo l’intervento di Maria Bonafede 

Non condivido molte delle cose che Mauro Belcastro e Simone Maghenzani scrivono chiedendosi se siamo ancora protestanti, ma sono contenta che lo abbiano fatto perché nella loro lettera c’è del vero, e ce n’è tanto.

Non mi pare che il Moderatore sia stato decisionista, né mi pare che i pastori di Torino l’abbiano fatta da padroni: se inviti il Papa e se lui accetta ti ritrovi nel protocollo delle visite dei capi di Stato che comportano obblighi, accorgimenti, sicurezza, controlli, lavoro, tanto lavoro, elenchi, telefonate come tutto il lavoro che ho visto svolgere in queste settimane negli uffici della chiesa valdese di Torino dalla commissione costituita ad hoc, dal presidente del Concistoro, da tanti laici qualificati e volonterosi che ce l’hanno messa tutta per far girare la macchina. E il Concistoro, non solo i pastori, la pastora e il diacono, ha lavorato, ha discusso sul come e che cosa fare e su cosa dire. Certo, ci si può sempre chiedere: ma perché invitarlo? Anche se è un credente simpatico e la sua fede sembra di qualità, è pur sempre un papa! Io credo invece che questa opportunità andasse colta per parlarsi e ascoltarsi tra cristiani in un’epoca in cui è così di nuovo difficile dialogare, per riformulare la volontà di un dialogo che sappia parlare anche della reciproca diversità, per approfondire il senso dell’ecumenismo.

Non so se i valdesi usciranno, da questa visita del pontefice romano, più forti o più deboli. Credo anzi che rimarranno quello che sono: una chiesa piccola, piccola, che fatica a orientarsi e a vedere un futuro, che ha slanci importanti di intelligenza e di misericordia ma che è anche piena di persone che non sanno più in che cosa consiste il loro essere protestanti. Quindi chiedersi, come fanno Mauro e Simone, se e come siamo protestanti ha senso.

In questi mesi mi è capitato di fare funerali e di visitare, a quello scopo, famiglie che non avevano più alcun legame con la chiesa valdese. Mi ha colpito che erano tutti nomi valdesi veri, con la consonante in fondo. I figli e le figlie rigorosamente cattolici romani, addirittura fatti battezzare da bambini, da genitori che erano venuti a lavorare a Torino scendendo dalle Valli e che temevano la discriminazione, nipoti che non sanno più niente della fede dei nonni e dei bisnonni. Mi si stringe il cuore e mi fa male ogni volta che vedo risucchiare nell’indifferenziato storie, pensieri, fede e preghiere che hanno costituito l’anima e il nerbo dell’esistenza di molta parte della nostra chiesa.

Mauro e Simone si e ci interrogano proprio su questo, sulla fede, sulla nostra identità e colgono l’occasione per proporre spunti di riflessione, temi di lavoro per i prossimi anni, spazi di ragionamenti importanti all’interno delle nostre chiese. Pongono il problema così protestante del ruolo di un esecutivo, se il moderatore deve essere un leader di prestigio, vescovo della sua chiesa, o sostanzialmente un esecutore della volontà del Sinodo. Me lo sono chiesta tante volte, a suo tempo e se ne è discusso anche in Sinodo. Il tener desta l’attenzione sul tema è importante. E sollevano il tema della «visibilità mondana», tutte cose a cui capita di pensare in queste settimane, anche se la nostra visibilità è seria, sobria, mai fuor dalle righe e se non mi pare che si corra il rischio della mondanità nel senso teologico del termine.

Ma che si debba affermare che esiste un altro modo di essere cristiani e che la chiesa valdese, pur nella sua piccolezza, è altra rispetto a quella cattolico romana, questo sì che è importante e Mauro e Simone lo dicono chiaro. Il cattolicesimo è pieno di credenti seri e anche coraggiosi e credo che Francesco si allinei tra questi, e con loro vogliamo dialogare, pregare, operare per la pace e per la misericordia, ma siamo in debito con loro, con tutti loro, papa compreso, della predicazione di un Evangelo senza reliquie, di una testimonianza che sappia dire, con garbo e senza sicumera, la verità sulla storia recente come recente è la storia di chi, come don Bosco, faceva comprare, con l’astuzia di chi si mostrava interessato, i libri dei valdesi e dei catari per poi ammucchiarli in piazza e dar loro fuoco. Bisogna raccontarla la storia, senza protervia che non ci si addice, ma bisogna farlo per amore della verità e per amore del dialogo. E poi ripassiamo la nostra fede, ripassiamo il fatto che l’unico mediatore tra le persone che credono e Dio è il Signore Gesù Cristo, che altre presenze siano figure celesti, icone, o gerarchie non solo non servono ma deviano dalla retta fede. E quindi ben vengano incontri ed eventi, seminari e dialoghi per riscoprire tutti l’abc della fede evangelica e l’abc della nostra dogmatica. Ma non facciamolo solo se e quando viene il papa: facciamolo nelle nostre chiese, nelle nostre famiglie, nei luoghi del dialogo e dell’ecumenismo, a tempo e fuor di tempo.

Foto P.Romeo/Riforma