Gli spazi inutilizzati non sono abbandonati, sono solo indecisi

La possibilità di riqualificare lo spazio urbano senza ideologia, critiche e denunce. Tutto ha una storia, l'importante è raccontarla e ricordarsi di tramandarla

Per raccontare una storia una delle prime cose da fare è identificare i protagonisti. In questa ce ne sono due: gli spazi urbani disabitati e in rovina di Forlì, e un gruppo di giovani, tra cui architetti, designer, persone che si occupano di formazione e marketing, uniti dall'amore per il proprio territorio. Questi due elementi si sono incontrati in un progetto che può essere definito di ripensamento, ricollocazione, ridefinizione di alcuni luoghi abbandonati. L'associazione nata da questo incontro ha pensato di riqualificare gli spazi ormai in disuso, ma che richiamano a una storia urbana e umana importante, attraverso un tour cittadino che comprende una fornace, un deposito di corriere e uno zuccherificio del '900. È stato il primo percorso organizzato da un'associazione - Spazi Indecisi - che sta crescendo ed espandendosi a livello nazionale e non solo, cercando nuovi itinerari e collaborazioni. Il presidente è Francesco Tortori, che abbiamo intervistato.

Quali sono gli spazi indecisi?

«La definizione viene da un libro di Gilles Clément, paesaggista francese. Abbiamo cercato di fare nostro questo termine applicandolo a tutti gli spazi che sono in questo momento in una fase di abbandono e di mancanza di progettazione; tutti i luoghi che sono in disuso, che hanno un parziale funzionamento, che sono addirittura abbandonati, e rischiano l'oblio. Questi per noi sono gli spazi indecisi».

L'approccio che voi avete rispetto a questi luoghi sembra privo di pregiudizi. L'abbandono architettonico e urbanistico si lega volentieri a discorsi di denuncia. Non sembra questo il vostro obiettivo...

«È proprio così. Non abbiamo una visione ideologica e neanche un'idea così chiara di cosa bisogna fare di questi luoghi, noi vogliamo semplicemente riportarli all'attenzione. Non c'è una critica ad amministrazioni o privati perché siamo sicuri che le difficoltà e la complessità per riattivare i luoghi sia tanta. Quello che cerchiamo di proporre è un pensiero che cerchi di stimolare utilizzi differenti: non c'è soltanto la scelta tra la ristrutturazione milionaria o l'abbandono. Secondo noi ci sono delle vie di mezzo attraverso le quali si può intervenire senza spendere troppe risorse e riattivando questi spazi, magari in maniera temporanea, con interventi culturali che possono riportare in vita questi luoghi, sperando che in futuro le energie che si sono mobilitate possano portare a percorsi di rigenerazione più completi e prolungati».

L'indecisione, in effetti, non è uno stato da condannare totalmente. Può essere una situazione emotiva molto creativa, il che ci riporta all'ambito artistico al quale siete molto legati.

«Ci piace pensare che quello che abbiamo fatto in questi anni sia creare dei dispositivi culturali. Degli strumenti che, in relazione con architettura, fotografia, arti varie e l'esplorazione, siano un modo per riportare in vita questi luoghi. In una prima fase per riposizionarli nell'immaginario collettivo di una città, in prima battuta a Forlì, in Romagna, in questo percorso che stiamo attivando con l'ultimo progetto che si chiama In Loco».

Siete partiti ripensando degli spazi nella vostra città: come si sta ampliando il vostro sguardo?

«Ci sono più reti. È un progetto che fortunatamente si sta aprendo a tante collaborazioni, da una parte locali, con artisti, fotografi, gruppi, associazioni, in un'area un po' più estesa della Romagna che va dalla riviera fino a Imola dove abbiamo coinvolto altri gruppi che condividono il nostro percorso. A livello nazionale collaboriamo con altre associazioni che hanno i nostri stessi obiettivi e parlano di rigenerazione urbana in un'ottica di leggerezza. C'è un'ultima rete, quella internazionale, attivata tramite un progetto che si chiama Totally Lost, che mette al centro dell'attenzione tutte le architetture in abbandono legate ai totalitarismi in Europa. L'idea portante è di trasmettere la visione del territorio come un museo, un luogo che ha al suo interno elementi di pregio che devono essere patrimonializzati. Il museo è quell'ente che da sempre ha l'obiettivo di definire che cos'è patrimonio e cosa non lo è e ha lo scopo di tramandare alle generazioni future cosa è di valore e cosa non lo è. Noi in questi anni abbiamo cercato informazioni, fotografie, documentazione storica e interventi artistici e con questo progetto che si chiama In Loco, o Museo diffuso dell'Abbandono, abbiamo cercato di elaborare percorsi e itinerari che potessero raccontare storie che altrimenti sarebbero rimaste nascoste, e tramandare la memoria di alcuni luoghi che secondo noi hanno valore artistico, culturale o semplicemente raccontano le evoluzioni di un territorio».

Come sono nati i legami con la comunità artistica delle vostre zone?

«Sono stati incontri naturali. Gli artisti e i collaboratori che abbiamo incontrato nel nostro percorso sono rimasti affascinati dall'approccio e dal progetto, quindi non è stato difficile aggregarli. Sono persone guidate dalla passione per il proprio territorio».

Il turismo ha qualcosa a che fare con questo progetto?

«L'obiettivo principale on è quello, ma valorizzarli potrebbe portare anche a uno sbocco turistico. Invitiamo chiunque a unirsi al progetto di censimento degli Spazi Indecisi mandandoci fotografie, testimonianze, storie di luoghi e delle persone che li hanno vissuti. Vogliamo creare una mappa di quei luoghi che rischiano l'oblio, soprattutto per non dimenticare il patrimonio di storie che veicolano».

Foto via | Licenza CC BY-NC-ND 3.0

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