Basta con l’eliski

L’uso dell’elicottero in montagna è l’opposto della cultura alpina. Una riflessione dopo la morte della guida Luca Prochet

Marzo, aprile, si va verso la primavera, ma sopra i duemila metri c’è ancora tanta neve per sciare e soprattutto per lo scialpinismo: una meraviglia! Ovviamente è anche tempo di valanghe, spontanee o procurate da qualche sciagurato che taglia un pendio alla ricerca della neve ancora intatta per tracciare la propria «serpentina», anziché seguire la traccia della Guida. Valanghe, seracchi che si staccano, vento, improvvisi aumenti di temperatura. Non a caso nelle gite di scialpinismo si parte prestissimo e alle 2 del pomeriggio, ora propizia per le valanghe, bisogna essere al sicuro dentro un rifugio. Chi è ancora in giro a quell’ora rischia comunque.

Ma quando ci sono ripetuti gravi incidenti, con dei morti, allora la montagna, nei titoli e nei commenti giornalistici, diventa crudele, assassina… niente di tutto questo, è semplicemente montagna, nei suoi diversi aspetti. C’è il bel sentiero, il bosco di larici, il rododendro, il laghetto blu con il sole, la roccia calda e invitante, ma anche la frana, la valanga, il vento gelido e l’uragano con il fulmine, l’appiglio che si stacca….Bisogna conoscerla, non solo chi va sulle punte difficili, ma anche chi passeggia sui sentieri.

Luca Prochet, la guida alpina cresciuta in val Pellice, che ha perso la vita accompagnando un gruppo di sciatori sulle montagne della val di Susa nell pratica dell’eliski (farsi portare in quota dall’elicottero e discendere in neve fresca), la conosceva bene. Conosceva bene anche quella zona, dove come decine di altre volte, l’elicottero avrebbe scaricato il suo gruppo di clienti, per iniziare una discesa difficile, in un canalone dove, se parte una valanga è impossibile sfuggirle.

La carta stampata ha titolato in prima pagina: «La montagna non perdona». Sbagliato e fuorviante. Cosa c’entra il perdono? Forse che la montagna «sente» che qualcuno è andato oltre nella «sfida» e dunque lo punisce?

Siamo ad un livello assai più materiale. Il business dell’eliski comincia con la vendita del «pacchetto» a sciatori in grado di pagarsi questo «sfizio». La ditta che opera a Sestriere, attira i clienti anche perché sul versante francese e svizzero delle Alpi l’eliski è vietato; fornisce elicotteri e i piloti (nel 2003 altri sciatori e guida morirono per un guasto al velivolo, stessa montagna). I gruppi hanno pagato, sono clienti da soddisfare, il giorno dell’eliski è prefissato, tutti hanno interesse a partire anche se un certo rischio è presente. Per il forte vento dei giorni precedenti, per il grado 3 su 5 nel rischio valanghe l’elicottero con il gruppo accompagnato da Luca non avrebbe dovuto partire.

Le valanghe si staccano e fanno morti con o senza elicottero, ma almeno salendo con gli sci ai piedi ci facciamo un idea dei tipi di neve, annotiamo mentalmente i pezzi più ripidi, i canali da evitare, sentiamo la temperatura. Se si scende dall’elicottero, ci si infila gli sci e… giù… questa preparazione non c’è.

Per chi non vuole faticare ci sono già funivie e seggiovie che portano sulle punte o comunque in alto e soddisfano tutti i gusti..

La pratica dell’eliski è una degenerazione culturale in nome dell’efficienza tecnologica, è l’opposto della cultura alpina. L’elicottero in montagna va usato per il soccorso e per l’approvigionamento o i lavori necessari nei rifugi.

Le Alpi sono un tutt’unico, non si può vietare da una parte e permettere dall’altra e non si può ragionare per regioni, come avviene attualmente in Italia. Dopo i morti tutti fanno a gara per chiedere regolamenti più severi e armonizzazione fra le diverse normative… Tempo perso in attesa della prossima tragedia. Di soldi per la neve i comprensori come quello della Via Lattea ne ricevono a palate. Non ci vorrebbe molto buon senso per dire basta con l’eliski.

Foto "Cromwell Heli". Con licenza CC BY-SA 3.0 tramite Wikimedia Commons.