Essere solo e deriso

Un giorno una parola – commento a Matteo 27, 39-40

Non mi trattenete, gioacché il Signore ha dato successo al mio viaggio
(Genesi 24, 56)

E quelli che passavano di là, lo ingiuriavano, scotendo il capo e dicendo: “Tu che distruggi il tempio e in tre giorni lo ricostruisci, salva te stesso, se tu sei Figlio di Dio, e scendi giù dalla croce!”
(Matteo 27, 39-40)

Matteo, descrivendo la morte di Gesù, sa quanto costui è rimasto solo. Non è solo Giuda che “vende” il suo Maestro, non è solo Pietro che lo rinnega, tutti i suoi discepoli sono assenti in questo momento difficile. Soltanto le donne, se pur da lontano, ci sono per assisterlo: tra loro Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe, e la madre dei figli di Zebedeo.

Il versetto per oggi fa parte di un racconto di molta crudeltà: percosse, la corona di spine, il modo della pena di morte, l’abbandono da parte degli amici più intimi, e in più anche l’ingiuria, l’essere preso in giro da parte di chi assiste alla scena. Gesù viene deriso esattamente nel modo come viene trattato il Salmista che racconta (nel Salmo 22, versetto 7): “Chiunque mi vede si fa beffe di me; allunga il labbro, scuote il capo, dicendo: Egli si affida al Signore: lo liberi dunque; lo salvi, perché lo gradisce!”

Il nostro testo biblico rivela anche il fatto che molte delle metafore usate da Gesù non erano capite dalle persone del suo tempo. Quando aveva parlato della distruzione del Tempio e della ricostruzione in tre giorni, non parlava del luogo di culto a Gerusalemme, ma anticipava la propria morte e risurrezione. Questo significato, la gente lo poteva capire soltanto dopo gli avvenimenti di Pasqua, dell’Ascensione e di Pentecoste. Vedere oltre, comprendere quello che sarà è un dono molto speciale, il dono dei Profeti. È solo tempo dopo che Giovanni nel suo Vangelo riesce a riassumere il senso della Passione di Cristo (al capitolo 20, versetto 31), dicendo: Queste cose sono scritte, affinché crediate che Gesù è il Cristo, il figlio di Dio, e affinché, credendo, abbiate vita nel suo nome.

Essere soli, incompresi, derisi. Nel nostro piccolo, penso che ciascuno/a di noi ha avuto modo di sperimentare sulla propria pelle dei momenti di sconforto perché rimasto solo, incompreso, preso in giro. Oppure abbiamo visto degli amici, conoscenti, o anche persone sconosciute in questa situazione (mi viene in mente “lo straniero tra noi”). Mi auguro che riusciremo nel nostro quotidiano a ricordare quanto doloroso può essere l’abbandono e lo scherno, e che troveremo il coraggio di non girare la testa da un altro lato, ma di avvicinarci a chi ne ha bisogno. Buona Pasqua!