Il dono di una nuova vita

Intervista a Lucia Annibali, sfregiata dall’acido da due uomini mandati dall’ex fidanzato

 

«Scarpe rosse. Anche al di là del muro»: è questo il titolo dell’incontro sul tema della violenza contro le donne che si è tenuto all’interno degli Istituti Penitenziari di Parma con l’avvocata Lucia Annibali, che il 6 aprile 2013 fu sfregiata con l’acido da due uomini, mandati dall’ex fidanzato Luca Varani, avvocato anche lui. Trenta detenuti, l’équipe delle educatrici, alcuni agenti della polizia penitenziaria, i volontari ed altri del personale, hanno condiviso la testimonianza di colei che in pochi istanti ha visto cambiare la propria vita e ha sentito sulla sua pelle la violenza, gli effetti della sua storia di «non» amore, come narra nel suo libro Io ci sono (Rizzoli, 2014). 

L’incontro, promosso dalla Cooperativa sociale Sirio, ha visto la collaborazione del Centro Anti Violenza con l’intervento della sua presidente, Samuela Frigeri, e la responsabile salute donna dell’Asl di Parma Carla Verrotti. Dal prossimo gennaio, a Parma, prenderà il via il centro di accompagnamento al cambiamento per uomini, per i cosiddetti uomini maltrattanti, quindi, la violenza sulle donne vista con lo sguardo dell’aggressore. Condividere tutto questo nel carcere cittadino ha significato proseguire il lavoro importante sul versante della rieducazione, del fornire strumenti culturali a coloro che fra non molto saranno restituiti alla libertà e torneranno all’interno delle proprie famiglie, nel contesto sociale dei rispettivi vissuti. Al termine dell’incontro abbiamo rivolto a Lucia Annibali alcune domande.

La prima volta in un carcere. Perché? 

«Ho ricevuto molta solidarietà da parte dei detenuti in questi mesi; mi hanno scritto in tanti per esprimermi vicinanza e il loro sdegno per quanto mi è stato fatto. Inoltre ho pensato da subito che potesse essere una esperienza interessante anche da un punto di vista personale: una forma di apertura da parte mia verso una realtà in parte distante da me ed un modo per avere una prospettiva d'insieme e nuovi spunti di riflessione». 

Com’è andata? 

«È andata molto bene. I detenuti mi sono sembrati molto partecipi e interessati, anche i loro interventi li ho trovati pertinenti. Mi ha fatto molto piacere che abbiano fatto domande o espresso semplicemente la loro opinione, perché significa che si è stabilita una buona comunicazione. Anche in quella giornata ho sentito vicinanza e solidarietà. La considero una bella esperienza».

Una delle domande ha avuto come riferimento il perdono. Lei ha affermato di essere andata oltre. Che cosa vuol dire?

«Significa che rivolgo il mio sguardo al mio futuro e non al mio passato; che sono concentrata su quello che mi aspetta e che desidero realizzare da ora in poi, non su quello che è stato. Il perdono in qualche modo tiene ancorati al passato; penso che la cosa più salutare sia assolvere innanzitutto me stessa dai miei errori e ripartire per fare meglio. È un percorso che ho iniziato già in ospedale e tutt’oggi prosegue, anche sorretto dalla forte volontà di migliorare e guarire il più possibile, e dal desiderio di progettare una nuova esistenza».

Ha rivisto la sua storia anche attraverso l’esperienza della fede?

«L’essere andata oltre quello che è successo contiene in sé la forza e le risorse per poter trasformare questo evento così tragico in una nuova opportunità, di vita e di scelte. Quanto mi è successo rappresenta per me l’occasione di fare cose nuove, belle ed importanti per me e per gli altri, di dare un nuovo senso alla mia vita e alla mia persona. Quindi vivo tutto questo, in qualche modo, con gratitudine, vivendo ogni nuova esperienza e incontro come un dono». 

Trasformare le ferite lasciate dall’aggressione in una risorsa: qual è sua esperienza?

«Il fatto che io viva questa ferita come un dono contiene in sé la risposta alla domanda. Sicuramente l’energia vitale che ogni giorno mi sorregge e mi spinge a guardare sempre avanti, è una energia di natura spirituale. Quindi, cerco di coltivare questa spiritualità per farla crescere dentro di me ed esserne sempre più consapevole».

Il sogno di Lucia.

«Il mio sogno è quello di costruire una nuova vita felice e a mia immagine, una vita che corrisponda perfettamente a quello che sento e a quello che sono; una vita in cui poter essere liberamente me stessa». 

Foto copertina: Cristiano Antonino - Rossoparma.com

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