I 43 studenti uccisi smuovono le coscienze del Messico

Anche alle sparizioni continue ci si abitua, ma il caso degli studenti di Ayotzinapa ha ridato forza a un movimento che chiede di cambiare

Dopo il rapimento in Messico da parte della polizia di Iguala di 43 studenti di Ayotzinapa, e le successive notizie della loro morte, sono nate molte manifestazioni nel paese. Le proteste hanno anche assunto carattere internazionale; proprio ieri, in diverse città italiane Libera e la Rete della Conoscenza hanno organizzato mobilitazioni davanti alle ambasciate Messicane per chiedere delle risposte. Abbiamo commentato la situazione, che per molti aspetti continua a restare oscura, con Anna Guerrero, che ha lavorato per delle ONG di mediazione, in collegamento dal sud del Messico.

Come è vissuta la situazione in Messico?

Prima c’è stata solo la notizia della sparizione, e la cosa che ha costernato è che sia stata la polizia di Iguala a portarli via. Questo ha stupito tutti, si è parlato di crimine organizzato, di Narcostato, e collegamenti vari. Qui in Messico i media si sono spostati leggermente cercando di evidenziare questo problema, ma subito dopo hanno cominciato a criminalizzare il movimento, parlando di infiltrazioni di anarchici, cercando di sporcare le manifestazioni. Ma non serve perché ogni giorno sempre più persone, anche quelle che prima erano apatiche, sono scese in strada per protestare, perché non ce la fanno più a sostenere questa situazione di ambiguità.

Qual è la modalità con cui i media messicani hanno raccontato la situazione ?

Stanno facendo un doppiogioco: da una parte dicono che i manifestanti hanno ragione, che è gravissimo che questi 43 studenti che dovevano diventare tutti professori delle elementari siano spariti, ma dall’altra sottolineano le azioni dei violenti, e danno un immagine del governo come di un soggetto che sta facendo di tutto per capire dove siano queste persone. Ma sappiamo che non è così, perché fortunatamente il giro dell’informazione si muove su internet, su mezzi alternativi. Sono due mesi che i ragazzi sono scomparsi, presi dalla polizia senza notizie ai parenti.

La sensazione è che le acque siano torbide tra le questioni del forte potere dei Narcos e dell’immobilismo del governo. Succede spesso?

Sono casi che succedono spesso, solo che questa volta la situazione è esplosa, è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, che ora è scesa in strada per dire basta. Qui la violenza è a tutti i livelli, abbiamo dei prigionieri politici, delle persone che sono in carcere per il capriccio di qualcuno o perché hanno firmato per essere arrestati pur di non essere torturati: purtroppo ci si è abituati a tutto questo. È un abituarsi che sta aspettando un atto di coraggio. Il fatto che la mobilitazione sia guidata dagli studenti universitari, che hanno una rete molto ampia, è una cosa che ha permesso anche agli altri di reagire.

Come si stanno muovendo le proteste?

Essendo i 43 desaparecidos tutti studenti, gli studenti universitari, soprattutto a Città del Messico, si sono presi la responsabilità di mobilitarsi e far mobilitare; se fossero stati campesinos, la diffusione sarebbe stata fatta dall' EZLN, che si sarebbero mossi con altri mezzi. Ma gli studenti, che hanno una visione molto più internazionale, hanno mandato le notizie a tutti i loro contatti, a tutte le associazioni che conoscevano, a ogni sede universitaria in tutti i 32 stati del Messico, riuscendo a dare visibilità al problema e facendo mobilitare anche altri studenti. Ora è difficile fermare questo meccanismo, perché le università sono autonome, non dipendono dallo Stato, e in questo modo non può esserci nemmeno una minaccia da parte del Governo, che di solito ferma tanti movimenti. Durante le manifestazioni del 20 novembre a Città del Messico sono stati arrestati arbitrariamente 11 studenti (alcuni di loro non facevano neanche parte della manifestazione, erano solo nel posto sbagliato) e sono stati subito portati in prigioni di massima sicurezza, insieme ai Narcos, agli assassini, eccetera. Il Governo sta facendo questo per spaventare la gente, ma non sta funzionando. C’era stato un movimento forte dopo la scomparsa delle donne di Ciudad Juarez, c’è costantemente una quantità altissima di persone che spariscono, i bambini che scompaiono per il traffico degli organi, e così via. Questo demoralizza e spaventa. Ma con i 43 studenti qualcosa è cambiato: uno slogan molto forte è “ci avete tolto talmente tanto che ci avete tolto anche la paura”, una sorta di bandiera per riuscire a uscire per strada.

Ma c’è un disegno chiaro, nella repressione? Cosa potrà succedere?

Qui si parla di ingovernabilità: il presidente al momento non sa gestire la situazione, e trova nuovi escamotage, come far parlare di sé per gli scandali in combutta con la moglie, per distrarre le persone. Ma ora non funziona più. Ci sono molti infiltrati nei movimenti, che  fanno azioni violente durante le manifestazioni, oltre alle repressioni della polizia. Vediamo un governo che prova a gestire una situazione che gli sta sfuggendo di mano, con ogni mezzo gli venga in mente pur di togliere un po’ di forza al movimento. Il problema della prospettiva del futuro è che bisogna citare la rivoluzione: non si capisce perché il governo non abbia ancora risolto  la situazione ed è una strategia sbagliata, oltre a far immaginare connivenza con le organizzazioni criminali. Ma in questo caso tutti danno la responsabilità al Governo, e tutti stiamo chiedendo le dimissioni del presidente Enrique Peña Nieto.

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