Il padre che diventa figlio di sua figlia

Le forme dell'ira e del patire nel film «Interstellar»

«Noi dobbiamo accettare [endure] il peso/ di questo tempo triste» dice Edgard nel Re Lear. Dinanzi agli emèrai ponerai, i giorni cattivi, quando i più si lasciano travolgere dalla disperazione o si rifugiano in un mondo a parte dove, della cattiveria di quei giorni, non sembra giungere neppure l’eco, solo pochi si fanno carico del ponos e decidono di resistere. Chi «dura» di più, patisce di più, ma conosce di più. I più vecchi sono coloro che «hanno sopportato di più; noi, invece, che siamo giovani non vedremo altrettanto e non vivremo così a lungo». La vecchiaia è così descritta come una forma del patire, del pathein.

Si è tanto più vecchi quanto più si è assunto su di sé il carico del mistero. Anche una bambina può esserlo, se la necessità ha disposto di gravarla sotto il peso del dolore. Nel film di Cristopher Nolan è Marph, la figlia minore di Cooper, chi più di tutte resiste. La partenza del padre per una missione interstellare quasi suicida, che avrebbe dovuto farle odiare la scienza, la spinge invece a farsi icona del padre. Come il padre, anche Marph non se ne va «docile in quella buona notte» (Dylan Thomas) che sta per calare sull’umanità, anzi s’infuria «contro il morire della luce». E la capacità di infuriarsi, come quella di amare, è una qualità necessaria alla piena umanità di un individuo. Potrebbe essere la greca menis, l’ira che divampa in Cooper e in sua figlia; la menis, che indica la reazione a una profonda e ingiusta offesa arrecata a un bisogno profondo – un diritto – della persona: il bisogno di un figlio di non essere privato dei propri genitori o il desiderio dei genitori di non vedere la morte dei propri figli.

Ma l’ira consuma chi la prova, se questi non è capace di «resistere» nel «fuoco della controversia», di porre il suo ethos dove più forte divampa la mischia e più infido è il nemico. Chi resiste, anche se travolto non sarà vinto; chi, invece, a poco a poco trasforma i suoi furori da «eroici» e «vivi» in «astratti», chi svilisce la vita e la speranza nella «quiete della non speranza», chi crede «il genere umano perduto» e non sente il bisogno di annunciargli la redenzione questi è reo di diserzione. Nell’opera di Nolan, molti disertano la vita: tra questi diserta Tom quando, sebbene abbia già perduto un figlio, rifiuta di mettere in salvo la sua famiglia; e il professor Brand che in morte confessa di non aver mai creduto al «Piano A» affidato alla «Missione Lazarus» – dimenticando che il personaggio biblico risorge solo dopo che Marta e Maria hanno professato la loro fede nella resurrezione, resistendo anch’esse contra spem (Gv 11, 32-45).

Nessuno sente più il bisogno di annunciare la redenzione, di stare con l’umano perduto e fatto salvo. Cooper e ancor più sua figlia, invece, avvertono l’urgenza di opporsi al «morire della luce», un’urgenza che nasce non da un vago amore per l’umanità, ma dal desiderio di rivedere il volto dell’altro, un volto conosciuto e amato, che ha un nome e una storia. Non hanno una rotta precisa da seguire, ma avvertono la mancanza di ciò che è necessario alla vita e che li spinge a una infinita inquisitio, verso «l’alto mare aperto».

Imbarcata sull’astronave Endurance è anche la figlia di Cooper. Grazie ai messaggi video che invia dalla Terra, ella si fa idealmente membro dell’equipaggio; ma il suo viaggio è ancora più rischioso di quello del padre, giacché ella ignora se le sue registrazioni saranno da lui ascoltate. Nonostante tutto continua (endure) a mantenere un contatto con l’Endurance, a differenza del fratello Tom. La scena in cui Marph, «sazia di giorni», incontra di nuovo il padre è di una bellezza struggente. Cooper è ora «figlio di sua figlia». Il Padre è più grande del Figlio (Gv 14, 28): le immagini che chiudono Interstellar sono una riflessione sull’uomo che ha raggiunto la sua piena umanità. Il figlio diventa Padre (Mt 5, 48), quando del Padre imita la scandalosa idea di potenza che è la sopportazione (endurance). Che è la Passione.