Taranto: dalla mattanza alla semina della speranza

Nei campi intorno all’Ilva, dove pascolavano le pecore, si tenta la coltivazione di canapa

Il processo relativo all’Ilva nel quale sono imputate 52 persone per disastro ambientale resta a Taranto. La Prima Sezione penale della Corte di Cassazione, riconoscendo che non esiste alcun condizionamento della comunità tarantina sulla serenità e l’imparzialità della magistratura di Taranto, ha respinto il ricorso presentato dai difensori di alcuni imputati che chiedevano il trasferimento del processo a Potenza per incompatibilità ambientale. Ora l’udienza preliminare è stata fissata per il prossimo 16 ottobre. Tra i soggetti che si sono costituiti parte civile nel processo ci sono Emanuele De Gasperis, veterinario e membro della chiesa battista di Roma-Trastevere, e la moglie Maria Fornaro, figlia di Angelo Fornaro, famiglia di ex allevatori da 4 generazioni, diventata a Taranto un simbolo della reazione ai danni dei disastri ambientali.

Ma facciamo un passo indietro. Tutto è cominciato nel 2008. Tutti sapevano che l’Ilva produceva sostanze che stavano avvelenando la terra, l’ambiente, le persone, ma non si riusciva a dimostrarlo. Finché l’associazione ambientalista Peacelink approfondisce la questione e fa analizzare un pezzo di formaggio prodotto da pastori che avevano allevamenti che pascolavano vicino all’Ilva. Risultano livelli molto alti di diossina, da lì scatta l’esposto, cominciano le indagini, i prelievi. Tra le aziende analizzate anche quella di Angelo Fornaro che è a circa 2 km di distanza dall’Ilva. Nel latte esaminato ci sono tracce di sostanze inquinanti, poi si passa a verificare le carni dove si riscontrano livelli elevati di diossina. Tutto viene sequestrato, ed è imposto il divieto di pascolo a tutte le aziende agricole che si trovano nel raggio di 20 km dall’Ilva. Dopo sei mesi di attesa nei quali gli allevatori sono rimasti abbandonati a se stessi, le autorità competenti hanno deciso di abbattere le pecore. Nell’azienda di Fornaro vengono abbattuti 600 animali. Negli anni il numero sale a 2000 capi: una mattanza, che porta con sé una tragedia economica, alimentare, ambientale. Non solo. C’è anche il dramma umano per tante persone che si trovano senza lavoro e con un’identità – quella di agricoltori e allevatori che per qualcuno superava un secolo – in profonda crisi.

«Nel raggio di 20 km è stato spazzato via tutto – prosegue il racconto Emanuele De Gasperis –. Gli allevatori sono stati abbandonati a se stessi: hanno ricevuto un piccolo rimborso delle spese relative all’abbattimento, ma poi sono state lasciati soli con la motivazione che ci si poteva rivalere solo su chi aveva inquinato. All’inizio è partita una denuncia contro ignoti, perché non ci si poteva pronunciare contro l’Ilva, che minacciava di esporre querela. Contro questo Golia nessuno si poteva scagliare. Abbiamo cominciato la nostra denuncia utilizzando tutti i mezzi a disposizione: internet, giornali, contattando i politici e mettendoci in rete con alcune associazioni ambientaliste che proponevano una lotta nonviolenta con le quali abbiamo cercato di sensibilizzare una coscienza su quello che stava accadendo a Taranto».

Quali altri soggetti si sono aggiunti alla lotta nel corso degli anni?

«Importante è stata la mobilitazione della cittadinanza. La denuncia dell’aumento delle morti oncologiche e dei bimbi malati che abitavano nelle zone più vicine all’Ilva, e l’abbattimento di tutti quegli animali in cui era stata trovata la diossina, sono stati una doccia fredda. Dalle riflessioni teoriche si è passati a toccare con mano la tragedia che si stava consumando in quel territorio. Altro punto di svolta nella denuncia è quando sono entrati in scena i lavoratori della fabbrica che, vinta l’omertà che portava a tacere sulle condizioni d’insicurezza sul lavoro, sui malati e morti di cancro, hanno cominciato a protestare, non più strumentalizzati dalla fabbrica.»

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L’inizio del processo contro l’acciaieria, che vi vede coinvolti insieme ad altri soggetti, ha rappresentato un punto di non ritorno e di riconversione economica dell’intera famiglia. Ce ne vuoi parlare?

«Parallelamente alla fase di denuncia è iniziata quella di resistenza: i profitti dell’azienda davano sostegno a più di una famiglia che, praticamente, erano sul lastrico. Si è cercato di avviare un maneggio ma la zona non era attraente. Non volendo lasciare queste amate terre, si è pensato di rinascere con un tipo di coltivazione alternativa. Sono stati piantati semi di canapa, una pianta di che oltre ad essere miglioratrice del terreno, è auto-disinfestante e sembra possa assorbire anche metalli pesanti. È partito il progetto scientifico, denominato “C.a.n.a.p.a.” (Coltiviamo azioni per nutrire, abitare, pulire l’aria) che vede insieme la Masseria Carmine della Famiglia Fornaro, Canapuglia, Abap (Associazione biologi e ambientalisti pugliesi) e consulenti di settore. A fine settembre c’è stato il primo raccolto di 3 ettari di terreno, l’anno prossimo si punta ai 30 ettari totali.

Questo è il primo anno di sperimentazione. Certo, i processi naturali richiedono tempi biologici e dovremo verificare i risultati nei prossimi 4, 5 anni. Però, l’operazione vuole essere un segnale forte di cambiamento, una rivoluzione nonviolenta dal basso. La ricerca di una strada alternativa è un segno di speranza a non arrendersi alla monocultura dell’acciaio e del profitto.»

E la politica?

«Ci sono state soltanto chiacchiere e pochissimi fatti. Inoltre abbiamo sperimentato nel tempo l’atteggiamento miope della politica che non prevede una progettualità a lungo termine ma la parola d’ordine è: sfruttare al massimo quello che si può ottenere oggi.»

La storia biblica racconta che alla fine il gigante Golia viene vinto dal giovane Davide. Questo vi dà speranza?

«Sì. Oramai la lotta è diventata una scelta di vita, convinti che quello che stiamo facendo concorre al bene nostro e della città. Io e mia moglie stavamo valutando di acquistare casa a Roma ma abbiamo dirottato tutte le risorse in questa direzione, certi che lì c’era bisogno di investire e costruire, indipendentemente da quello che otterremo in futuro dal punto di vista economico.»

Quanto ti sorregge la tua fede?

«La fede in Dio è stato l’elemento fondamentale per me. Quando è scoppiata tutta la tragedia, stavo meditando insieme ad un gruppo della mia comunità sul libro Sperimentando Dio. Per comprendere come meglio essere discepoli di Gesù che fanno la volontà di Dio, la lettura suggeriva di guardarsi intorno e vedere cosa Dio stava facendo intorno a noi. In quel momento ho pensato alla situazione di Taranto e mi sono sentito interpellato: come potevo reagire in modo etico? Quale contributo potevo dare come cristiano? Tutto quello che avevo l’ho investito lì e, indipendentemente da come andranno le cose, so che è la cosa giusta da fare. Come cittadini e credenti dovremmo essere più vigili, presenti e propositivi nella difesa dell’ambiente. Credo che le chiese possano avere un ruolo importantissimo, perché possono contare su risorse importanti quali la rete, il collegamento e la presenza sul territorio. Prendiamone coscienza e potremo fare veramente tanto! »

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