La scomparsa di Giovanni Mottura

Tra fede, politica e ricerca

Il 3 ottobre è morto a Bologna Giovanni Mottura: nato a Torino nel 1937, intellettuale di spicco del movimento giovanile evangelico degli anni ’60, poi sociologo e accademico specializzato sui temi dell’agricoltura, del Mezzogiorno e del mercato del lavoro e, negli ultimi anni, analista acuto dei processi migratori e del loro impatto sull’economia italiana. Nelle sue numerose frequentazioni politiche e culturali, Giovanni ci ha sempre tenuto a rivendicare la sua identità valdese, il legame con una comunità di fede e una tradizione culturale che aveva conosciuto e fatto propria a partire dalla frequentazione del Centro di Agape che, negli anni ’60, ospitava il gruppo dei Quaderni Rossi: giovani intellettuali di scuola marxista ma critici nei confronti della dogmatica comunista e dell’autoritarismo dei regimi del “socialismo reale”.

Quello di Panzieri e del suo gruppo – tra di loro molti evangelici – era un socialismo “libertario”; certamente attento al ruolo della classe operaia ma non angustamente operaista; “pragmatico”, nel senso che legava teoria e impegno, metodo e sperimentazione. I Quaderni Rossi costituirono un riferimento importante per una generazione di evangelici che, in qualche caso, avrebbero assunto ruoli importanti nella vita della Chiesa valdese. Furono anche una scuola che, successivamente, spinse Giovanni a misurarsi con i tumultuosi fenomeni sociali degli anni ’60, a iniziare dall’immigrazione a Torino e dalle lotte operaie e studentesche. Lo fece dall’interno, con partecipazione e impegno anche militante. In anni che correvano assai veloci, la prospettiva del cambiamento sociale e politico era assai concreta e, in un Paese che si polarizzava, anche le chiese evangeliche furono attraversate da dibattiti e tensioni.

Furono gli anni degli studi sull’immigrazione a Torino dove arrivavano i “Napoli”, della collaborazione con Gioventù evangelica e altre riviste come Inchiesta, testata che univa impegno politico e analisi sociale; degli scambi intellettuali con Vittorio Rieser, Enrico Pugliese, Maria Immacolata Macioti ma anche Mario Miegge, Giorgio Bouchard e altri esponenti del protestantesimo italiano. Con la prudente ma benevola attenzione dei più anziani, una nuova generazione di intellettuali laici, teologi e pastori assumeva il tema del cambiamento sociale e persino della “rivoluzione” come questione teologica. La rivista Gioventù evangelica, diretta da Giorgio Bouchard prima e Marco Rostan dopo, divenne il centro di una linea teologica e politica alla quale anche Mottura dette un importante contributo. Fu sua, ad esempio, una formulazione destinata a restare nel tempo e a scatenare un profluvio di reazioni contrarie  e scandalizzate: «Ci confessiamo cristiani, ci dichiariamo marxisti».

Per qualcuno, quella formula riduceva la fede a una temporanea ideologia politica, predicando un integralismo “di sinistra” peraltro scarsamente condiviso alla base delle chiese. In realtà quella frase – su cui Giovanni tornò spesso in varie interviste anche decenni dopo – voleva dire altro. Intendeva affermare e ribadire, cioè, l’alterità tra il piano teologico della confessione della fede e quello storico e politico della dichiarazione politica; non invocava sintesi ma, al contrario, enfatizzava una distinzione tipicamente barthiana tra il piano assoluto della rivelazione cristiana e quello relativo e contingente dell’opzione politica e ideologica. Tracce di quella stagione restano in un volume di Gabriele De Cecco, con prefazione di Giovanni, pubblicato dalla Claudiana nel  2011, e di una lunga intervista in un video prodotto da Sergio Velluto intitolato “Quelli che l’hanno fatto.

Negli anni successivi la carriera accademica, arricchita da studi e viaggi negli Stati Uniti, portò Giovanni a Portici alla scuola di Sociologia agraria di Manlio Rossi Doria, dove produsse studi di rilievo sull’agricoltura meridionale. All’Università di Modena e Reggio, dove ha concluso il suo percorso accademico, Giovanni è stato tra i primi a occuparsi di immigrati e, in particolare, delle quote di mercato del lavoro che essi ricoprono: funzionali alla produzione ma respinti sul piano sociale. 

Più di qualche volta Giovanni ha messo le sue competenze a disposizione delle chiese evangeliche: accade negli anni dell’intervento della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei) dopo il Terremoto dell’Irpinia, quando si aprì una feconda riflessione sul Mezzogiorno e le nuove sfide che esso poneva; più recentemente in vari convegni della Fcei sull’immigrazione, l’ultimo in Calabria – a Rosarno – nell’ottobre del 2019. In quell’occasione, le  chiese evangeliche lanciarono un originale progetto di lavoro per contrastare il caporalato, sostenere l’economia ecologica e legale, restituire dignità sociale e abitativa ai migranti impegnati nella filiera agricola. Giovanni c’era.

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