Il Dio di Abramo è lo stesso Dio di Gesù

Duri a morire i pregiudizi che vedono le scritture ebraiche come un testo “superato” dal Nuovo Testamento

Le dichiarazioni secondo le quali «Se le nostre regole derivassero dal Vecchio Testamento non saremmo molto diversi dai Talebani. Per fortuna abbiamo avuto il Vangelo e lo stato laico» hanno avuto risonanza, un paio di settimane fa, perché pronunciate dal leader di un partito, Azione. Ma rappresentano ancora un sentire diffuso: davvero esiste ancora questo modo di rapportarsi alla Bibbia? Lo chiediamo al pastore Eric Noffke, professore di Nuovo Testamento alla Facoltà valdese di Teologia di Roma.

«Sì, esiste ancora ed è molto diffuso. Se da una parte si radica in antichi pregiudizi, dall’altra nasce dalla generale ignoranza degli italiani nei confronti della Bibbia, un’ignoranza strumentalizzata nella polemica antigiudaica di ieri e di oggi, per raccontare la falsa verità di un giudaismo legato a leggi primitive e di un cristianesimo che rompe quelle oscure tenebre, per portare la luce dell’amore. Un’ignoranza non innocente, perché su questa idea si è costruito l’antisemitismo. Sarà bene, dunque, ricordare che il Vangelo viene annunciato dagli apostoli come il compimento dell’Antico Patto. La predicazione di Gesù, infatti, si caratterizza come un revival biblico, un ritorno allo spirito dei profeti, per annunciare la realizzazione delle promesse di un regno di giustizia e di vita. Anche dal punto storico, le idee, la lingua, gli ideali espressi prima da Gesù e dal suo movimento, poi canonizzate negli scritti del Nuovo Testamento, sono parte integrante del giudaismo del primo secolo. Naturalmente, da quel terreno comune il giudaismo rabbinico e il cristianesimo hanno sviluppato due religioni differenti; ma la radice è indelebile.

Che relazione lega dunque l’Antico Patto con il Nuovo, l’Israele “secondo la carne” e l’Israele “secondo lo spirito”? È proprio l’apostolo Paolo a chiarire la questione: i pagani che si sono uniti al movimento di Gesù, accogliendo la predicazione degli apostoli, sono come rami di ulivo selvatico innestati sul tronco santo d’Israele (Rom. 11, 17-22). Senza quella radice il cristianesimo non esisterebbe. A partire da Marcione (metà del II secolo), molti nel tempo hanno tentato di spezzare quel legame, ma la Chiesa ha sempre rifiutato le loro proposte.

Perché, dunque chiamarlo “Antico Testamento”, o Patto? La ragione è semplice: i profeti stessi hanno parlato di un Nuovo Patto con Dio, che i nostri antenati nella fede hanno visto realizzarsi in Gesù. Anche per questo i libri del Nuovo Testamento sono pieni di citazioni bibliche. Perciò l’aggettivo “antico” non deve far pensare a qualcosa di obsoleto e superato, anzi! Il Dio che crea il mondo, che ha chiamato Abramo, i patriarchi e più tardi i profeti, che ha donato la Legge al Sinai e che accompagna il Suo popolo nel corso della storia è lo stesso Dio di Gesù, degli apostoli e di noi tutti, loro discendenti. Chi dimentica la propria storia, non può avere un futuro.

Un’ultima avvertenza: anche l’Antico Testamento parla di amore e grazia, di speranza e di fede, e nel Nuovo non mancano parole inquietanti e pagine cariche di una violenza sconcertante, e questo perché la Bibbia raccoglie la testimonianza di fede di uomini e donne colti nella loro umanità, capaci di azioni meravigliose e terribili. Non possiamo dimenticare che i testi biblici hanno più di duemila anni e che, quindi, vanno letti nel loro tempo».

– Quali strumenti abbiamo avuto a disposizione, quali voci si sono storicamente levate per dare un tono diverso ai rapporti fra cristianesimo ed ebraismo?

«Dopo la tragedia dell’olocausto, le chiese sono state obbligate a superare la “teologia della sostituzione”, non solo con una riflessione teologica, ma anche con il dialogo con gli ebrei. Pensiamo alle Amicizie ebraico-cristiane, che in Italia hanno prodotto di recente anche pubblicazioni interessanti come i volumi della Bibbia dell’amicizia (ed. San Paolo 2019 e 2021). Accanto a questo lavoro teologico, gli studi sul mediogiudaismo sono stati profondamente rinnovati in particolare dalle scoperte archeologiche del Mar Morto: si è capito che il giudaismo del I secolo d.C. era molto più ricco e variegato di quanto si insegnasse fino a pochi anni fa. Questo ci impone anche di capire a livello storico il legame inscindibile dei cristiani con Israele».

– Lei insegna Nuovo Testamento, ed è stato, fino all’anno scorso, anche presidente della Società biblica in Italia: concorda sul fatto che una migliore conoscenza della Bibbia, a livello generale, eviterebbe di vedere ancora retaggi che credevamo superati per sempre?

«A parte il fatto che chi si proclama cristiano è tenuto a conoscere quella che identifica come Parola di Dio, solo la conoscenza del testo biblico nella sua interezza ci può aiutare a superare i vecchi e ingiustificati pregiudizi, permettendoci di scoprire, accanto a storie o comandamenti effettivamente sconcertanti, la bellezza di tante e tante pagine che ci parlano dell’amore di Dio e di una lunga storia fatta anche di donne e uomini esemplari e della loro fedeltà al loro Signore. Da quelle pagine non possiamo che imparare tutte e tutti, al di là di ogni discorso di fede».

 

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