L’intercessione di Cristo

Un giorno una parola – commento a Giovanni 14, 14

Mediante prodigi tu ci rispondi, nella tua giustizia, o Dio della nostra salvezza
Salmo 65, 5

Gesù dice: «Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò»
Giovanni 14, 14

Nei discorsi di commiato (capp. 14-16) la concezione della preghiera nel nome di Gesù si rifà all’opera di Cristo e alla presenza costante di Gesù nei discepoli in preghiera. La sua elevazione alla gloria del Padre li assicura che continuerà ad essere loro vicino e che manterrà con loro un vincolo più stretto che li condurrà a compiere opere ancora più grandi. Gesù va e, come aveva già fatto durante il suo ministero terreno, intercederà per loro presso il Padre.

L’intercessione di Cristo richiama la necessità che noi abbiamo del suo aiuto. Il Figlio è presso il Padre, e dunque, anche noi pregando ci troviamo in rapporto diretto con lui perché le preghiere nel nome di Gesù, nel vangelo di Giovanni, sono rivolte a Dio Padre (solo in 14, 14 a Cristo).  

Il mancato esaudimento di una richiesta, la sottomissione alla volontà di Dio, che troviamo nei vangeli sinottici, e la lotta in preghiera nel Getsemani, non ci sono. Gesù qui promette ai discepoli l’esaudimento delle loro preghiere senza limiti. Pare che l’unione con Cristo fosse vissuta con tale intensità che le richieste particolari potevano rimanere inesaudite senza suscitare problemi. 

E chi, dunque, tra il Padre e Figlio esaudisce le nostre preghiere? È senza grande importanza negli scritti giovannei, che insistono con tanto vigore sull’unità del Figlio con il Padre.

Un’ultima domanda: viviamo anche noi l’unione con Cristo così intensamente come viene descritta quella tra i discepoli e Cristo nel vangelo di Giovanni?

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