Le donne invisibili dell’agricoltura

Un rapporto di ActionAid mostra le difficoltà del lavoro agricolo femminile nell’Arco Ionico

«Lavorare in modo che abbia sempre più spazio la cultura dell’agricoltura delle relazioni, quella cioè che non guarda solo alla produzione ma anche a sistemi sociali più sostenibili per l’intera filiera». È questo l’obiettivo di Cambia Terra, progetto di ActionAid Italia che è attivo nell’Arco Ionico dal 2016 ed è orientato, in particolare, a cogliere le difficoltà delle lavoratrici del settore agricolo.

A descriverlo in questo modo è Grazia Moschetti, la responsabile programma intervistata all’interno della trasmissione Cominciamo Bene, su RBE, in occasione della pubblicazione di Donne Invisibili, un rapporto che mostra le pesanti problematiche alle quali vanno, spesso, incontro le donne impegnate nel lavoro agricolo della zona.

Facciamo un passo indietro, rispetto al rapporto. Che cos’è Cambia Terra?

«Noi abbiamo iniziato a lavorare in un comune della Puglia, Adelfia, e abbiamo ascoltato le lavoratrici agricole, per capire quali fossero le loro condizioni del lavoro. Assieme ad una psicologa le abbiamo ascoltate, in uno spazio protetto. In base ai bisogni che sono emersi le abbiamo messe in rete con le istituzioni, le associazioni e le imprese agricole del territorio, per studiare soluzioni di welfare di comunità. È stato così creato un servizio di cura per bambine e bambini che nel mese di agosto non trovano servizi pubblici aperti, anche se agosto è il mese di punta del raccolto (qui si coltiva prevalentemente uva). Grazie a questa sperimentazione, il comune di Adelfia ha ancora adesso l’asilo nido comunale che alle 4 del mattino apre in pre-accoglienza, per i bambini e bambine delle lavoratrici agricole. Diversamente, erano affidati in maniera informale a giovani ragazze per un piccolo compenso, senza quelle condizioni di sicurezza necessarie».

Un punto importante di questo progetto e del rapporto Donne Invisibili è proprio quello di portare in superficie il lavoro agricolo femminile, visto che spesso diamo per scontato che a lavorare nei campi siano gli uomini

«Dalla morte di Paola Clemente [la donna 49enne che morì per un colpo di calore nel 2015, nei pressi di Andria, nda] si è molto parlato di ghetti. Le cronache giudiziarie avevano riportato delle violazioni di diritti gravissime, fino alla riduzione in schiavitù, di giovani provenienti da paesi terzi. In realtà, questa è un’area caratterizzata storicamente dal lavoro agricolo femminile. Stiamo parlando dell’Arco Ionico, che dalla provincia di Taranto attraversa la Basilicata e si estende fino alla provincia di Cosenza. Secondo i dati Istat, all’incirca 230mila donne sono occupate in agricoltura, e la metà di loro risiede nel mezzogiorno. (Sono dati incompleti: secondo il ministero del lavoro l’irregolarità purtroppo interessa 160mila lavoratori e lavoratrici). Le aziende dell’Arco Ionico contano 6mila lavoratrici. Questi dati riflettono solo una parte del fenomeno: molte sono donne comunitarie, provengono da Romania e Bulgaria, perciò non hanno necessità di documenti per potersi spostare. La mobilità interna all’areale ionico è altissima e a questa mobilità purtroppo non corrispondono servizi adeguati: alloggi, trasporti, welfare. Questo rende le donne ancora più vulnerabili in quanto donne, o in quanto proveniente da paesi dell’est europa, o rispetto all’età, o perché sono discriminate per il lavoro che svolgono. Perché, purtroppo, il lavoro agricolo non è rappresentato positivamente nel dibattito pubblico, né le donne sono adeguatamente prese in considerazione dalla politica pubblica. Quindi le molestie e gli abusi che subiscono nei campi trovano le loro cause non necessariamente all’interno dei luoghi di lavoro, ma all’interno del sistema ben rodato che organizza i flussi di manodopera, da una coltura all’altra o da un’azienda all’altra, che fornisce loro il welfare parallelo. Dove lo stato non c’è, interviene l’intermediazione illecita, ed è qui che abbiamo rilevato gravissime forme di sfruttamento in particolare verso le donne in quanto tali».

Nel rapporto si legge proprio dei tanti abusi e anche ricatti sessuali che ricevono molte di queste lavoratrici. Al centro, c’è il caporalato?

«È un sistema di illegalità che fa danno come prima cosa alle tante aziende che lavorano nella legalità e tengono ai diritti delle loro lavoratrici. Accade che le donne hanno un contratto regolare, presso un datore di lavoro che ne rispetta i diritti, e poi magari vengono intercettate dall’intermediario illecito per proseguire la loro giornata di lavoro presso campi e magazzini che le regole non le rispettano. In merito alle retribuzioni, [queste] già variano tra donne e uomini, ma poi accade anche che alle donne non venga retribuita la giornata, e che questa venga retribuita a persone che in campo non hanno mai messo piede. Questo è uno schema molto ben organizzato, che fa danno a tutta la filiera. Noi interveniamo perché le filiere agricole siano sostenibili, non solo dal punto di vista economico ma anche sociale».

Infatti ActionAid non si limita soltanto al prezioso lavoro di monitoraggio, ma anche ad interventi sul territorio. Quali sono i progetti in corso al momento all’interno di Cambia Terra?

«L'intero Arco Ionico è una porzione di territorio estremamente vivace dal punto di vista della società civile, della cultura aziendale orientata ai diritti. Cambia Terra introduce delle azioni di programmazione condivisa del welfare e dell'orientamento lavorativo tra le lavoratrici, le istituzioni, le aziende agricole e la società civile. Ed è uno strumento complementare, non sostitutivo delle politiche pubbliche, che devono continuare ad agire per creare quelle condizioni utili per far affermare e crescere le buone pratiche. Abbiamo avviato 4 servizi di welfare di comunità, in cui collaborano tutte le istituzioni, le imprese, le associazioni datoriali e i sindacati, per orientare le donne sia ai servizi pubblici sia al lavoro regolare. Le imprese portano azioni di sensibilizzazione all’interno delle aziende agricole stesse».

 

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