Gli angeli di Chełm

Un’esperienza di volontariato nella chiesa battista della città polacca, per alleviare le sofferenze della popolazione ucraina

Non appena è scoppiata la guerra ed è iniziato l’esodo migratorio, il locale della chiesa battista di Chełm, una piccola città polacca al confine con l’Ucraina, si è trasformato prontamente in un centro di accoglienza per i profughi, che al loro arrivo lì trovano una branda dove riposare e una mensa dove mangiare per la prima volta dopo giorni di viaggio a digiuno, oltre a una comunità di fratelli e sorelle che giorno e notte si prende cura di loro. Grazie al supporto della chiesa battista di Roma-Trastevere e altre comunità battiste e all’accoglienza della stessa chiesa di Chełm, ho potuto servire lì per due settimane come volontario.

Non parlando né l’ucraino né il polacco, difficilmente avrei potuto rendermi utile nell’accoglienza dei profughi, ma, oltre a fare uno splendido lavoro di accoglienza, la chiesa si occupa pure di inviare scorte di beni di prima necessità (cibo, acqua, medicine, vestiti) a coloro che sono in Ucraina: per tutta la settimana, dalle 7 alle 17, alcuni volontari si recano in un magazzino industriale fuori città dove scaricano, smistano, “imbancalano” e caricano pacchi destinati all’Ucraina, e di lì ogni giorno parte per città come L’viv, Kiev, Mariupol’, almeno un camion da 12t carico di rifornimenti, oltre a vari furgoni più piccoli. Il pastore locale, Henryk Skrypkowski, mi disse che su questo secondo fronte c’era un gran bisogno di servitori, e così ho dato il mio piccolo contributo lavorando lì per dieci giorni assieme a Vladimir, Matteusz, Kazimierz e Mariusz, per ricordare almeno i volontari fissi.

Non potevo aiutare in nessun altro modo: a chi mi domandava qualcosa, non ho fatto altro che scuotere la testa dicendo che non capivo la sua lingua, e per la stessa ragione, a chi nella notte piangeva davanti alla mia porta, non ho saputo offrire il mio ascolto. Ma posso testimoniare che nessuno di coloro che ho visto è stato lasciato solo, che si è sempre fatto avanti qualcuno che pensasse “sei affar mio”, e che si rendesse responsabile dell’altro. Uno di questi innumerevoli angeli è Sasza, un profugo ventenne, che è fuggito assieme alla madre e alla sorella prima che entrasse in vigore la legge marziale, e che ha scelto di lasciar andare avanti le sue congiunte per rimanere lì alla chiesa come volontario fino alla fine della guerra, per aiutare tutti coloro che continueranno ad arrivare dall’Ucraina, dove sta ancora suo padre, con un fucile in mano; un altro è Igor, che a giorni alterni parte da Chełm con il furgone e porta approvvigionamenti alla gente di Kiev; un altro ancora è il pastore Henryk, già padre adottivo di nove orfani, che, oltre a coordinare tutta la missione, si sta impegnando perché la chiesa operi anche su un terzo fronte (dato che il bene non è mai abbastanza): quello di trovare una famiglia alle migliaia di orfani ucraini, che in chiesa transitano a centinaia.

Ci sarebbero così tanti altri nomi da ricordare! Ma nel prenderci la nostra responsabilità di tutto, dobbiamo anche ammettere che senza gli altri potremmo realizzare ben poco. Se non arrivassero donazioni da tutto il mondo, il magazzino della chiesa sarebbe vuoto e non potrebbe essere spedito alcun aiuto – solo i camion costano 80.000 dollari al giorno, una cifra impensabile per una chiesa battista polacca; la chiesa non avrebbe affatto un magazzino, se al comune di Chełm non ci fosse stato un “angelo” che lo ha messo a sua disposizione; se le farmacie di Chełm non fornissero gratuitamente i loro farmaci, la chiesa non ne avrebbe abbastanza per tutti; senza persone che prendono le ferie dal lavoro, non ci sarebbero i volontari necessari. E io, senza la mia famiglia, senza la mia chiesa, senza gli amici che ho trovato lì, senza gli amici in Italia che si sono presi la briga di ascoltare i miei pensieri, senza le risate della piccola Yana che veniva a trovarmi alla finestra, senza le chiacchierate con il piccolo Aleksandry, a cui non importava nulla che non ci capissimo, senza Dio, non avrei avuto la forza di far nulla. È solo condividendo tutti la responsabilità di tutto che potrebbe realizzarsi la giustizia. Il pastore Martin Luther King nella Lettera dal carcere di Birminghamscriveva: «L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque. Siamo presi in una rete di reciprocità alla quale non si può sfuggire. Qualunque cosa riguardi direttamente uno riguarda in modo indiretto tutti».

Ogni tanto, alla fine della giornata, i profughi che non riuscivano a partire si riunivano nella sala della chiesa per celebrare un piccolo culto, in cui cantavano e ricantavano sempre un inno, Moia molytva nekhai lyne («La mia preghiera salga a te»). Allora Sasza veniva a chiamarmi per stare con loro, ma io, preso dal lavoro, declinavo sempre l’invito, a malincuore; comunque, ha continuato a invitarmi sempre, e la sera prima di partire, quando ormai avevo fatto tutto quello che potevo fare, mi sono finalmente unito a loro, e ho cantato: Dio, io prego per l’Ucraina/ Dio, prego per la sua gente./ Perdonali,/ salvali/ e mostraci la tua misericordia./ Dio, io so/ che tu sarai con noi nel tempio tuo sotto i cieli./ Ci hai dato la tua gioia, ci hai dato la tua pace,/ hai dato la tua vita per tutti noi,/ hai scritto i nostri nomi nel Libro della Vita. 

Foto dalla pagina Facebook della Diaconia valdese: striscione su un ponte sul fiume Vistola a Varsavia

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