Quando la foto con Tutu valse più di un passaporto

L’eredità dell’arcivescovo anglicano nel ricordo personale di Michael Taylor della chiesa battista di Roma-Trastevere, che partecipò con Tutu alla Purple Rain March

Ho letto molti eccellenti necrologi dell’arcivescovo anglicano Desmond Tutu, in occasione della sua recente scomparsa. Il mondo ha davvero perso un grande uomo. Vorrei anche io condividere alcuni ricordi personali.

L’ho incontrato due volte quando visitò la nostra scuola negli anni ‘80. I suoi figli mi precedevano nella stessa scuola dello Swaziland: Waterford Kamhlaba, istituita negli anni ‘60 per consentire ai bambini di tutte le etnie di studiare insieme, in un’epoca in cui nel vicino Sudafrica era impossibile per i bambini bianchi e neri frequentare la stessa scuola. Non solo Tutu, ma anche Nelson Mandela e altri leader della lotta contro l’apartheid, hanno mandato lì i loro figli a studiare. Quando veniva a trovarci, ricordo che trascorreva del tempo con noi studenti, rideva come se fosse uno di noi, e allo stesso tempo ci incoraggiava a fare tutto il possibile per crescere, per agire con giustizia, amare la misericordia e camminare umilmente con il nostro Dio (Michea 6, 8). Ho sempre cercato di farlo.

L’ho incontrato di nuovo due volte a Città del Capo nel 1989, mentre l’apartheid era in agonia. Ad agosto, con “amici di tutti i colori”, abbiamo partecipato a una festa a Bloubergstrand, una spiaggia meravigliosa il cui accesso era vietato alle persone che non erano “bianche”. Poi a settembre in occasione di una protesta contro le elezioni segregate (che escludevano dal voto la maggioranza della popolazione). Con alcuni amici prendemmo un grande stendardo su cui avevamo scritto le parole di Michea 6, 8. La marcia partì dalla Cattedrale di Saint George a Cape Town, la chiesa di Tutu nella quale ora sono sepolte le sue spoglie. Tutu guidava la marcia, che fu fermata dalla polizia non appena avevamo lasciato la chiesa. Ci invitò a pregare e cantare per strada, sfidando la richiesta di disperdersi. Era fermo con la polizia riguardo al nostro diritto di protestare contro l’ingiustizia. E fu fermo anche con i manifestanti per evitare qualsiasi violenza. Quella protesta divenne famosa come la Purple Rain March. La polizia usò un cannone ad acqua per spruzzare colorante viola sui manifestanti. Così ci ritrovammo tutti a vestire abiti abbinati con le famose vesti viola dell’Arcivescovo (che ovviamente vestiva abiti talari di quello stesso colore). Fui arrestato poche ore dopo: le macchie di viola sul mio viso e i vestiti erano una prova per la polizia che facevo parte dei manifestanti.

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L’ultima volta che ho incontrato Tutu è stato nel novembre 1991. Alcuni amici sudafricani ed io stavamo programmando di fare l’autostop attraverso sei paesi africani per raggiungere il nord della Repubblica Democratica del Congo. Con la nuova eredità dell’apartheid, in base alla quale i sudafricani erano stati dichiarati sgraditi in quei paesi, eravamo preoccupati che il nostro viaggio potesse essere bloccato ai loro confini.

Attraverso mio zio Trevor Tyers, che lavorava a stretto contatto con Tutu in quanto sacerdote, raccontammo i nostri piani all’arcivescovo che ci invitò a fare una foto insieme a lui. Avremmo potuto mostrare quella foto con il suo volto noto, nel caso in cui qualche funzionario avesse dubitato di chi fossimo. Ci invitò a portare anche i suoi saluti alle congregazioni anglicane nei paesi che avremmo visitato. Funzionò: non avemmo problemi alle frontiere e nell’est del Congo godemmo della generosa ospitalità del suo omologo, l’arcivescovo dell’Africa centrale. Abbiamo spesso riso di come una foto desse un’accoglienza più potente alle frontiere rispetto a un passaporto.

Molti hanno storie simili su come Tutu ha accolto, toccato o incoraggiato le loro vite. Per l’intero paese era una salda “bussola morale”, pronta a sfidare l’ingiustizia e l’indifferenza, indipendentemente da dove provenisse. La sua voce profetica era forte nel nuovo Sud Africa come nel vecchio, e ovunque assistesse a un tradimento dei valori e dei principi nella cui difesa si era impegnato.

Quando qualcuno mi chiede chi mi abbia maggiormente ispirato nella mia vita, potrei indicare diverse persone, ma poche lo hanno fatto in modo più incisivo di lui. La sua fede era la fonte di tutto ciò che rappresentava, e il suo umorismo, l’umiltà e la compassione erano sempre espressioni sia delle sue convinzioni che della sua umanità. Possa la sua eredità vivere in tutti noi.

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