Afghanistan. Emergency, curare tutti e tutte sempre

Da 20 anni nel paese, la Ong continua a offrire i suoi servizi sanitari alla popolazione. Intervista all’infermiera Michela Paschetto

Sono passati 11 anni dalla prima volta che ospitammo una testimonianza dell’infermiera Michela Paschetto, originaria di Prarostino, sulla sua esperienza in Afghanistan con Emergency. Nell’aprile del 2010, in una serata al Circolo Stranamore di Pinerolo, Paschetto insieme alla collega Marina Castellano e al medico Paolo Borgiattino, raccontavano della loro drammatica esperienza a Lashkar-Gah, con l’arresto di tre volontari di Emergency (da parte delle forze governative) e la loro “prigionia” non dichiarata di quattro giorni. Poi il rientro in Italia. L’anno successivo, sempre allo Stranamore, Paschetto regalava invece una serata di immagini, raccontando il suo lavoro nella valle del Panjshir e in altre zone. Oggi lavora nella sede centrale di Emergency a Milano e segue in particolare le strutture presenti in Afghanistan dove è stata per sette anni, l’ultima volta nell’autunno del 2020.

Luoghi, situazioni e circostanze che negli ultimi mesi sono tornati alla luce della ribalta. Ma nei mesi e negli anni scorsi che aria si respirava nel paese? «Non sono un’esperta in geopolitica – ci confessa Michela – ma la sensazione è quella di avere assistito a un lungo e lento processo, di cui non si è avuta notizia se non quando ha assunto proporzioni significative. Dai nostri rapporti abbiamo notato, e sempre segnalato, un aumento dei feriti fin dal 2011, quindi 10 anni fa. Un fenomeno che si verificava soprattutto nelle zone rurali, dove abbiamo i posti di primo soccorso e che poi negli ultimi mesi si è esteso anche alle città. L’avanzata dei Talebani non è quindi stato un fulmine a ciel sereno, semplicemente i riflettori della comunicazione non erano puntati su di loro». 

La valle del Panjshir è un luogo quasi mitizzato: grazie alla particolare conformazione rocciosa è stato a lungo un baluardo inespugnabile. Ci hanno provato i sovietici durante la loro invasione (subendo molte perdite) e poi i Talebani, venendo ricacciati indietro anche loro. Con l’arrivo degli americani e della Nato nel 2001 la valle è quindi rinata. Negli ultimi giorni però la situazione è precipitata. 

Ad Anabah c’è un ospedale di Emergency di cui Michela è stata per un periodo la coordinatrice medica. Quale è la situazione? «Ci sono zone effettivamente controllate dai Talebani, come il capoluogo, mentre in altre si combatte ancora. Abbiamo dovuto sospendere le nostre attività in alcuni ambulatori nei giorni in cui i combattimenti erano concentrati nelle immediate vicinanze, rimanendo sempre però in stand by, pronti a intervenire qualora ci fosse la richiesta da parte della popolazione. L’ospedale di Anabah è sempre stato attivo con i reparti di “chirurgia di guerra”, quello generale e il centro di maternità con il reparto di pediatria (600 nascite al mese!)». 

Tornando invece nella capitale Kabul (anche in questo caso Michela è stata coordinatrice del locale ospedale, dedicato alla chirurgia di guerra), che notizie avete? «Dopo la comprensibile paura dei primi giorni con l’entrata in città dei Talebani (effettivamente in tempi molto più rapidi rispetto a quello che ci si aspettava) la città sta ora tornando lentamente alla normalità. Sono in contatto quotidiano e costante con il nostro personale, e ci confermano che scuole e Università stanno riaprendo, così come i negozi, e la gente è tornata per strada. Il grande interrogativo ora è legato all’economia: dal 15 agosto le banche sono chiuse e non hanno accreditato gli stipendi, quindi iniziano a scarseggiare i soldi».

Questo cambio di guida del paese ha comportato delle modifiche nel vostro modo di operare, ci sono stati problemi con il nuovo governo? «Assolutamente no. Emergency è in Afghanistan da vent’anni, siamo riconosciuti a livello governativo e anche la popolazione vede in noi un punto di riferimento. Come prevede lo spirito fondante di Emergency curiamo tutti, indistintamente e gratuitamente e con cure di qualità (oltre a fare formazione al personale locale). Questo ci ha permesso sia nelle città sia nelle zone rurali di non doverci fermare e non abbiamo avuto problemi di sorta né per il personale maschile né per quello femminile». 

Nei prossimi mesi che cosa farà Emergency in Afghanistan, quali sono i programmi? Rimarrete? «Non è il momento di lasciare questo paese – conclude Paschetto –; rimaniamo e continuiamo nel nostro lavoro indipendentemente da chi c’è al governo. Nei prossimi mesi le fasce più deboli della popolazione saranno quelle che avranno maggior bisogno di assistenza: noi garantiremo il servizio anche per loro».