Le proteste climatiche mancanti

L’emergenza sanitaria ha interrotto la stagione delle grandi manifestazioni a tema ambientale, rallentando il processo di sensibilizzazione globale sul tema

Il 10 marzo uno striscione lungo 12 metri è stato appeso all’ingresso della Banca Centrale Europea: sopra campeggiava la scritta “Stop funding climate killers” (“Basta finanziare i killer del clima”) e ad appenderlo sono stati alcuni attivisti di Greenpeace, in modo peraltro piuttosto rocambolesco: hanno utilizzato un parapendio per raggiungere il posto e appendere lo striscione, per poi fermarsi di fronte all’ingresso reggendo altri cartelli di protesta, accompagnati da un collega che ha continuato a planare intorno al palazzo. Al centro della protesta, il supporto finanziario che l’Unione Europea garantirebbe, secondo gli attivisti, a società che inquinano, nonostante i frequenti messaggi delle alte cariche europee sull’importanza delle politiche climatiche. Sul Sole 24 Ore si legge che la Bce detiene fino a 300 miliardi di titoli di società che inquinano: da qui, l’azione di Greenpeace.

Fino a poco più di un anno fa, la protesta sarebbe stata forse diversa e l’impatto ben maggiore. Il 2019 era stato l’anno delle manifestazioni in piazza organizzate dagli attivisti climatici, rappresentati soprattutto dal movimento Fridays For Future (ispirato a Greta Thunberg) e da Extinction Rebellion. Durante quei mesi (che ora, a ormai un anno di convivenza con una pandemia, sembrano appartenere al passato remoto) i temi degli attivisti climatici si presero per diverso tempo titoli e prime pagine, invasero il dibattito pubblico e anche quello privato in modo spesso capillare. Alla base di questo effetto c’era senz’altro il grande numero di persone che scendevano in piazza per manifestare e sfilare in corteo, per la prima volta in modo così massiccio e globale riguardo a questo tema. La prima sorpresa, a quei tempi, fu proprio quella di vedere così tanti ragazzi e ragazze infervorati sulla politica ambientale, un campo in buona parte diverso da quelli che le generazioni precedenti avevano reputato meritevoli di proteste e scioperi.

Ma nel momento in cui, attorno a marzo dello scorso anno, sono scattate in buona parte del mondo misure che limitavano gli assembramenti, questo meccanismo si è, per forza di cose, inceppato. Fin da subito gli attivisti se ne sono resi conto e hanno cercato di sfruttare la rete per cercare di sopperire all’impossibilità di vicinanza fisica, chiedendo ad esempio agli attivisti di condividere alcuni video dalle proprie case. È chiaro però che la risonanza di questo tipo di iniziative è inferiore all’immagine di una strada piena di persone, senza contare che, a partire da quel momento, l’attenzione collettiva è stata totalmente dedicata ad un altro tipo di crisi, quella sanitaria, perciò la sfida si faceva doppiamente complessa.

Questo non vuol dire che le manifestazioni a tema ambientale siano sparite. Ad esempio, all'inizio di ottobre Extinction Rebellion ha organizzato un’intera settimana di iniziative a Roma, e la stessa azione di Greenpeace citata in apertura è prova che lo slancio non si è esaurito. Questi eventi non incontrano però molta copertura da parte dei media, concentrati appunto sull’emergenza sanitaria e in ogni caso mai troppo appassionati del racconto di chi protesta per spingere verso politiche climatiche coraggiose: se nel 2019 se n’era parlato in massa, era soprattutto perché la mobilitazione globale non aveva lasciato alternative.

Come fa notare Politico, però, non si tratta soltanto di un problema di misure sanitarie o di attenzione collettiva, ma anche di specifici interventi governativi. Si nota infatti in molte parti del mondo l’inasprirsi di regole sulla possibilità di riunirsi in piazza, con modalità che in alcuni casi sono giudicate eccessive rispetto al rischio sanitario. C’è insomma l’impressione che alcuni stati abbiano colto l’occasione dello stato di emergenza anche per limitare le proteste pubbliche, anche quelle a tema climatico.

Eppure, i motivi per protestare non sono scesi. Nelle prime settimane di pandemia si era diffusa la narrazione della “natura che si riprende i propri spazi”, con resoconti di città meno inquinate e di animali che comparivano in luoghi urbani, dando l’impressione che le misure intraprese per contrastare la pandemia avrebbero avuto come effetto imprevisto quello di mettere in carreggiata l’umanità rispetto al proprio impatto nocivo sull’ambiente. Fin da subito gli osservatori più esperti si sono dimostrati scettici e ora possiamo dire che il loro pessimismo era purtroppo ben calibrato: in molte parti del mondo alcune misure ambientali sono state allentate, con la giustificazione di venire incontro ai cittadini in un momento di difficoltà. Un esempio lampante è l’alleggerimento del divieto di circolazione dei mezzi più inquinanti in pianura padana, provocando, tra gli altri, la reazione preoccupata di Legambiente.

Chi sperava quindi che l’emergenza sanitaria avrebbe forzato un cambio di rotta positivo in termini di politiche climatiche si scontra quindi con un fenomeno che per molti versi è proprio l’opposto. La strada è in salita e, ancora per un po’, non avremo il prezioso supporto delle manifestazioni di massa.

Proprio mentre scrivo, intanto, Fridays For Future Italia lancia una nuova mobilitazione: il 19 marzo organizza uno sciopero per chiedere che i fondi del Next Generation Eu vengano investiti per azzerare le emissioni di gas serra, in modo più ampio e deciso di quanto previsto al momento dalle istituzioni europee. Tra le “azioni digitali”, come vengono definite, si prevede l’uso di Social Bombing e Tweetstorm (la produzione di un altissimo numero di contenuti a tema sui vari social, per calamitare la conversazione sul tema). In mancanza da strade fisiche da occupare, non resta che invadere quelle digitali.

 

Foto di Daniel Holking via Istockphoto: un negozio di Stoccolma chiuso per sciopero per il clima

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