Una memoria che non può tacere

Intervista a Lia Tagliacozzo. Alla presentazione via web del suo ultimo libro la scrittrice è stata attaccata con insulti e slogan antisemiti: la prossima “Giornata” del 27 gennaio assume nuovi significati

«La fine della biblica schiavitù egiziana, l’attraversamento del Mar Rosso e la traversata del deserto sono costitutivi dell’intera esperienza ebraica. Lo stesso Padre eterno definisce se stesso come “colui che ti ha fatto uscire dall’Egitto”». I testi biblici disegnano un percorso di liberazione ineludibile per arrivare veramente liberi alla Terra promessa. Un cammino gravoso che mette a nudo i nodi irrisolti, le fragilità e le fratture. Non basta lasciarsi alle spalle l’Egitto geografico per uscire dalla schiavitù, è necessario creare uno spazio interiore che accolga la libertà promessa e per questo ci vogliono quarant’anni. Per questo, per noi “nati dopo” ma ancora “nel mezzo” del deserto, c’è voluto tempo per prendere la parola».

Mentre si parla, appunto, della coscienza storica ebraica, una fra i presentatori viene bruscamente interrotta. L’incontro si stava svolgendo sul web, al centro delle riflessioni l’ultimo libro di Lia Tagliacozzo La generazione del deserto. Storie di famiglia, di giusti e di infami durante le persecuzioni razziali in Italia (Manni Ed.). Ebrea, figlia di due sopravvissuti alla Shoah, per anni ha tentato di ricostruire la storia della sua famiglia e quindi raccontarla. «Perché – sostiene – non è vero che le generazioni nate dopo la persecuzione sono pacificate e serene: è come se attraversassero un deserto. Quel deserto che, nella Bibbia, è una progressiva assunzione di responsabilità, la costruzione di uno spazio che lascia liberi gli interrogativi, perché è la possibilità di domandare ciò che rende libero l’essere umano».

L’episodio di cui Riforma online ha dato notizia il 12 gennaio è grave, ed è l’ultimo di una sciagurata serie. Solo a Torino sono stati denunciati tre casi analoghi. In breve: domenica 10 gennaio, mentre si svolgeva su piattaforma Zoom la presentazione del libro, evento organizzato dal Gruppo studi ebraici di Torino e dall’Istituto piemontese per la storia della Resistenza, irrompe un blitz sulla rete: rumori dirompenti scanditi da epiteti contro gli ebrei e altre impronunciabili parole di odio e di violenta discriminazione. E lei – chiedo – come ha preso questa incursione?: «Stavamo svolgendo il nostro incontro, via Zoom, quando, all’improvviso, siamo stati investiti da questa ondata neonazista di odio e violenza verbale. Non sapevo nulla di questo tipo di aggressioni via etere. Dopo due minuti siamo riusciti a scollegarci da questi codardi anonimi odiatori e così riprendere l’incontro. Che ha registrato, tra l’altro, più partecipanti di prima. All’intrusione violenta e meschina abbiamo opposto la nostra resistenza civile. Storicamente, la guerra contro il nazifascismo, l’abbiamo vinta. Ma occorre continuare a vincerla. Il fascismo non è morto nel 1945, dovremo continuare a lottare contro le sue attuali nefandezze».

Ma quindi siamo, per così dire, ancora in guerra? «Una storia iniziata con il fascismo, le leggi razziali, la guerra, l’8 settembre 1943, il 16 ottobre del ‘43 [rastrellamento degli ebrei di Roma, ndr], il Collegio militare, Regina Coeli, Fossoli, Auschwitz… – scrive Tagliacozzo nel volume – ma, è questo l’ho scoperto da poco, è una storia che non è ancora finita».

In cosa vede, concretamente, la continuità con quel tragico passato? «Lo si voglia o meno la foto della vetrina imbrattata dai “gilet gialli” a Parigi con scritte ingiuriose sugli ebrei è di oggi. La gente cacciata senza protezione umanitaria anche. I morti in mezzo al mare senza nome. In mezzo alle montagne senza identità. Tutte storie di oggi. Nei decenni che le separano, e soprattutto nella differenza ineludibile tra un progetto industrializzato di sterminio, una migrazione violenta e un’accoglienza razzista…». Situazioni diverse, lontane e scollegate? «No. C’è un filo che collega tutte queste situazioni che sono storie di morte, ferite, insulti, dignità, riscatto». Tutto questo è ancora sotto un cono d’ombra? «Si tratta di una storia dimenticata e poi ritrovata. Una storia di memoria civile da costruire un’altra volta. Insieme. Una storia che è fatta di tante storie diverse, di tante persone diverse: perché la Storia in realtà ha tanti nomi. E ciascun nome ha una storia. Il nome, in questo caso, è il mio». I testimoni diretti della Shoah, che ha colpito anche la famiglia di Lia, sono rimasti in pochi. «I miei – ringraziando il Cielo – stanno bene».

Sono già trascorsi, dalla fine di quei tragici eventi, 76 anni. Dopo molti anni Lia Tagliacozzo ha scritto vari libri per bambini su questo argomento ed è anche arrivato, per lei, il momento liberatorio di ricostruire la storia della propria famiglia e della sua relazione con questa memoria. Il lutto è finito. Il Kaddish a Roma fu pronunciato solo nel ‘47. Quasi due anni dopo la tragedia. C’è voluto tempo per lei per riuscire a ricostruire e quindi raccontare la sua storia famigliare che è anche la storia degli ebrei italiani e di tutte le minoranze oppresse nel mondo. Guardando ora al futuro? «L’antico esegeta rabbinico medievale Maimonide diceva: “Un nostro solo merito aggiuntivo potrebbe redimerci e salvare il mondo intero”. Per noi, prossimi a uscire dal deserto, è una ferma chiamata alla riparazione del mondo come responsabilità individuale e collettiva: Senza scordare i nomi sulla colonna infame, senza scordare i giusti che agirono per il bene».

Ascoltando mi emoziono perché la storia di Lia Tagliacozzo è una storia vera e perché la sua testimonianza, giorni fa, è stata violentata. Ha ragione Lia: bisogna andare avanti, bisogna continuare ad amare le persone e bisogna custodire e valorizzare il vaccino contro il virus dell’odio che contagia anche per l’uso scorretto dei social media. Il nostro vaccino è il dettato costituzionale. Che nasce dalla vittoria sul nazifascismo. Ma per continuare a vincere occorre vigilare e partecipare alla vita democratica del nostro Paese. La memoria storica di ieri rinvia oggi ogni persona alle proprie responsabilità, perché non ci vuol niente a diventare ostaggi delle logiche distruttive. Basta che l’indifferenza conquisti le menti, e la disumanità si farà sempre più strada. Siamo ancora lontani, pur intravedendola all’orizzonte, dalla Terra dove giustizia, verità, fraternità solidale, rispetto per la dignità delle persone crescono come piante rigogliose.

 

Nella foto il memoriale dell'Olocausto di Berlino

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